giovedì 16 aprile 2009

Il Vajont tra le macerie

L'Archivio di Stato de L'Aquila si trovava dal 1835 nell'edificio dell'ex convento di S. Agostino che ospitava anche la Prefettura e che è crollato in seguito al sisma dello scorso 6 aprile. Nell'Archivio è contenuto un patrimonio documentario che parte dal XII secolo e che arriva fino ai primi anni '90, un archivio che costituisce la memoria storica della città e che ora è gravemente in pericolo. Quattro squadre dei Vigili del Fuoco, insieme al personale del ministero dei Beni Culturali e a molti volontari venuti da tutto l'Abruzzo stanno cercando di salvare tanto le pergamene antiche, quanto i documenti recenti, come gli atti del processo del Vajont celebrato a L'Aquila. L'ingegnere dei Vigili del Fuoco Claudio Fortucci spiega: «la parte anteriore dell'edificio è totalmente collassata e ci sono zone dove sia il tetto, sia i solai sono crollati e a sostenerli sono solo gli armadi dell'Archivio».
Una situazione molto delicata nella quale bisogna intervenire con estrema cautela, anche perché le scosse che ci sono state nel fine settimana hanno provocato ulteriori crolli, peggiorando la situazione . I Vigili del Fuoco hanno aperto un varco sul retro dell'edificio dal quale stanno mettendo in salvo la documentazione guidati dagli archivisti. Il direttore dell'Archivio, Ferruccio Ferruzzi, spiega: «Stiamo cercando di mettere in salvo un patrimonio molto vasto, abbiamo organizzato il lavoro dando la priorità ai documenti più antichi, o più importanti, come l'Archivio Civico Aquilano, che ha documenti che risalgono al 1193 e che arrivano fino al 1805, o gli atti del processo del Vajont, il cui primo grado si svolse a L'Aquila. Adesso stiamo trasferendo tutto il materiale presso la sede distaccata di Sulmona - continua Ferruzzi - dove il patrimonio verrà depositato momentaneamente».
L'Archivio di Stato de L'Aquila è stato adottato dall'associazione Italia Nostra che ha inviato dei volontari e che ha attivato una raccolta fondi per il restauro dei documenti danneggiati. «E' la prima volta che Italia Nostra sceglie di adottare il patrimonio di un archivio, una scelta dettata dalla volontà di mettere in salvo le opere d'arte e la carte d'archivio esposte alle intemperie e allo sciacallaggio, così da preservare un patrimonio di cui fanno parte documenti preziosi e che costituiscono la memoria storica di questo territorio», dice Gancarlo Pelagatti, uno dei volontari accorsi per collaborare al salvataggio dei materiali.
Anche l'Associazione Nazionale Archivistica Italiana ha inviato volontari , Gianfranco Miscia, presidente della sezione abruzzese dell'Anai, è accorso anche lui e mette in evidenza come «l'Archivio di Stato dell'Aquila rappresenta solo il primo di tutta una serie di interventi che andranno fatti in tutti i territori colpiti dal terremoto, è infatti ingente il patrimonio archivistico ospitato in edifici storici che sono stati danneggiati dal sisma, noi stiamo cercando di coordinare il nostro intervento con le autorità del ministero dei Beni culturali affinché nei prossimi mesi sia possibile mettere in salvo tutto questo patrimonio». Luciano Barca*, direttore generale per gli Archivi del ministero per i Beni Culturali spiega: «Stiamo operando in condizioni difficili, ed il recupero è reso possibile solamente grazie allo sforzo che stanno compiendo i vigili del fuoco, purtroppo l'edificio è gravemente danneggiato e probabilmente sarà necessario mettere in sicurezza l'edificio prima di poter continuare». Restano, infatti, da salvare molti documenti delle amministrazioni preunitarie fino ai primi dell'800, documenti molto preziosi che bisogna fare in fretta a salvare. Ma l'Archivio di Stato non è che il primo degli interventi che saranno necessari per mettere in salvo un patrimonio molto vasto costituito da tutti gli archivi delle zone terremotate.
Attualmente è stato possibile recuperare circa un ventesimo dell'intero patrimonio e il lavoro dovrà andare avanti ancora per circa un mese, se i vigili del fuoco riusciranno a mettere in sicurezza l'edificio.
Ma tutto questo materiale, che attualmente gli esperti stanno trasferendo a Sulmona, tornerà a essere a disposizione dei cittadini e dei ricercatori della città? Il direttore dell'Archivio, Ferruccio Ferruzzi sostiene di sì: «La nostra intenzione è di trovare al più presto le strutture che consentano la continuità dell'Archivio di Stato dell'Aquila nella sua città». Anche Luciano Barca* è dello stesso avviso: «Oggi (ieri ndr) ho parlato col sindaco dell'Aquila, Massimo Cialente, e gli ho rinnovato la richiesta di trovare quanto prima uno spazio adeguato». Staremo a vedere.
Luca Muzi
Da il manifesto del 15 aprile 2009, pag.4

*Errata corrige: il nome del dirigente del MiBAC è Luciano Scala

sabato 11 aprile 2009

Bagno Grande, il sisma nel paese degli immigrati

Bagno grande, è un piccolo centro di una cinquantina di anime situato a una decina di chilometri da L’Aquila, nella zona sud-est della città. Per arrivarci bisogna lasciare la Statale 5 bis e inerpicarsi per qualche chilometro, qui vive una piccola comunità di immigrati provenienti dall’America Latina e dall’Europa dell’Est. Il centro del paese, poggiato a mezza costa sui Monti di Bagno, è stato in larga parte distrutto, le case in muratura sono crollate e hanno lasciato molte persone senza abitazione.

Tutta la popolazione è stata sfollata in una tendopoli nel piazzale della chiesa poco più giù rispetto al paese. Ma c’è chi molto probabilmente potrà ritornare nelle proprie case e chi no.

Silvia, una ragazza nata in Italia da genitori peruviani, spiega: «il terremoto ci ha distrutto la casa, abbiamo fatto cinque passi e il tetto ci è caduto dietro, fortunatamente siamo vivi e dopo due giorni alla deriva abbiamo avuto delle tende e da mangiare». Molti peruviani avevano deciso di venire ad abitare a Bagno e avevano anche comprato casa in paese. Un fenomeno molto piuttosto comune in una città formata da una costellazione di abitati intorno a un nucleo centrale. Tutti questi piccoli centri sono situati nel raggio di una decina di chilometri dai luoghi di lavoro, lì le case costano poco e rappresentano per molti migranti l’unica possibilità d’acquisto. Molto spesso, infatti, la popolazione locale preferisce ricostruire le proprie abitazioni un po’ fuori dal paese, così nei centri storici, dove le case sono più vecchie e più piccole, rimangono soprattutto gli anziani, mentre molti alloggi restano vuoti e vengono affittati o messi in vendita. Questo vale per Bagno, come per Pizzoli, Marruci, Paganica, Onna, dove molti macedoni hanno perso la vita nel crollo delle loro abitazioni, e per tutti gli altri centri del circondario. Ma cosa sarà di queste case irreparabilmente danneggiate o distrutte?

Walter, che lavora nel settore delle pulizie e del giardinaggio, dice: «Vivo in Italia da vent’anni, la mia casa, come quella di altri compagni peruviani, è stata completamente distrutta dal terremoto. Tre anni fa ho fatto un mutuo per acquistarla e adesso non so che tipo di aiuto verrà dato a tutti quanti quelli che hanno questo problema». Anche Sonia solleva il problema del mutuo e di una casa che non esiste più: «Anche io avevo comprato casa qua, avevo fatto il mutuo, e ora non so cosa fare, e che aiuto arriverà da noi. Perché noi stiamo qua a Bagno, siamo lontani dalla città, non abbiamo né una tv, né una radio e non sappiamo molto. Molte delle informazioni ci arrivano via cellulare da parenti e amici che sono a Milano». Il problema della scarsa informazione, già avvertito da chi è sfollato nei campi cittadini, dove molte informazioni arrivano attraverso il passa-parola, è amplificato in questo piccolo centro. «Le notizie arrivano a singhiozzo e siamo tutti qui che aspettiamo, questo è tutto quello che ci resta da fare al momento: aspettare e basta» dice Silvia. Una attesa snervante. E’ per questo che Isabella e venuta da Roma a portare medicinali, biancheria e ricariche telefoniche per poter far sì che le notizie possano a circolare, almeno attraverso il telefono.

Nel centro del paese, invece, in una zona transennata e inaccessibile, c’è una piazza dove Giuseppe, che viene dalla Romania, si è sistemato in un garage con la moglie e il figlio appena nato insieme a una anziana signora che non è voluta andare alla tendopoli. Giuseppe è arrabbiato, uno dei muri portanti della casa rossa che aveva appena comperato è pericolosamente inclinato verso l’esterno «era stata appena restaurata e adesso non ci posso vivere, ma la mia non è la situazione peggiore, perché un’altra famiglia rumena che abitava più avanti ha perso tutto». Sono salvi, ma la casa in via del Portone è un cumulo di macerie. La signora Maria è giù al campo con tutti gli altri e per raggiungerla si passa in una zona dove le case nuove, all’esterno, non hanno neanche una crepa, tanto che si fa fatica a immaginare che ci sia stato un terremoto. Maria è lì con i suoi due figli e racconta: «La mia famiglia è residente a Bagno da cinque anni, io lavoro a L’Aquila, ma adesso, con questo terremoto, è finito tutto per noi. Però non andremo via, vogliamo restare qui con tutti, vogliamo tornare ad avere una vita normale». Lo stesso dice Rosa, anche lei peruviana, «noi non ci consideriamo fuori dal progetto di ricostruzione che ci sarà più avanti, noi ci consideriamo dentro, e quello che vogliamo è che non ci dimentichiate».

Luca Muzi

da il manifesto dell'11 aprile 2009

giovedì 9 aprile 2009

Ritorno a casa

7 aprile 2009, ritorno a L'Aquila a trentasei ore dal terremoto della magnitudo di 5.8 della Scala Richter e tra 8 e 9 di distruzione della Scala Mercalli. La città è inaccessibile in larga parte. Questo è quello che ho visto.




lunedì 6 aprile 2009

Terremoto a L'Aquila/5

Vista aerea dell'Aquila terremotata.


Fonte Canale 5

Terremoto a L'Aquila/4

Fonte Rainews24