venerdì 9 luglio 2010

Gli aquilani chiedono solo di essere ascoltati

Gli aquilani sono venuti a Roma due volte nelle ultime tre settimane per chiedere di essere ascoltati dal governo. All’ultima manifestazione del 7 luglio hanno partecipato tra le tre e le quattromila persone. Quello che i terremotati chiedono sono essenzialmente due cose: la restituzione del 40% delle tasse sospese in dieci anni, anziché del 100% in cinque, come previsto dalla Finanziaria, e una legge organica, che preveda anche una tassa di scopo, per avere tempi certi sulla ricostruzione, niente di più di quello che si è fatto in Italia per tutti gli altri terremoti.

Secondo i dati pubblicati il 6 luglio dalla Struttura per la gestione dell’emergenza (Sge), la popolazione assistita dopo il terremoto è composta da più di 54.000 persone. Tante sono le persone che, nei 57 comuni colpiti dal sisma del 6 aprile 2009, non abitano più nelle proprie case. Di questi circa 15.000 sono attualmente alloggiati nelle abitazioni del piano C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili) e nei Moduli abitativi provvisori (Map).

Queste nuove costruzioni sono state inserite all’interno di 19 nuovi quartieri realizzati dal nulla, quelle new town annunciate dal Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il giorno dopo il terremoto. Tutti gli altri sono in affitto in altre abitazioni, o sono ancora ospitati negli alberghi, questi ultimi sono più di tremila secondo il rapporto Seg.

I dati forniti dalla Protezione Civile nel marzo 2010 ci dicono che gli edifici privati completamente inagibili (classificazione E ed F) nel territorio colpito dal terremoto sono il 32,1% del totale, circa 22.800 edifici su 71.302. A questi vanno poi aggiunti gli edifici pubblici e i beni culturali. Solo nel comune dell'Aquila sono 12.707 gli edifici completamente inagibili. A questi vanno aggiunti quelli classificati B e C che hanno danni di modesta entità, ma che non sono stati ancora ristrutturati.

Alla costruzione dei 19 nuovi quartieri, non sta seguendo la ricostruzione della città e oggi si vive ai margini delle zone danneggiate dal sisma lasciate, sostanzialmente, a se stesse. Molti terremotati hanno creduto nell’opera del Governo, eppure come ha dichiarato il Sindaco di L’Aquila, Massimo Cialente: «L’anno scorso, in questi giorni, a L’Aquila c’erano Carla Bruni e Michelle Obama e la città sembrava il cuore d’Italia. Un anno dopo siamo qui a prendere botte». Sembra il brutto risveglio da un sogno, sta al Governo dimostrare il contrario.

Pubblicato dalla Fondazione Robert F. Kennedy il 9 luglio 2010.

mercoledì 23 giugno 2010

L'Aquila: costruire senza ricostruire


Nel dicembre dello scorso anno mi trovavo a Brasilia per conto della Sezione Internazionale della Fondazione Basso, con lo scopo di seguire i lavori della Prima Conferenza Nazionale sulla Comunicazione. In quei giorni ero ospite di alcuni parenti di Monica, una collega. Una sera, parlando a cena con loro, uscì fuori che sono originario dell’Aquila. Sapevano del terremoto ed uno di loro mi disse: «ma Berlusconi ha già ricostruito tutto!». Non era una battuta, Marcos ne era veramente convinto. Le informazioni che dall’Italia avevano percorso 9mila chilometri ed erano arrivate fino a lui erano di questo tipo: «L’Aquila è stata ricostruita».

Ma come è stato possibile? Nei giorni successivi al terremoto L’Aquila è stata invasa da giornalisti di tutto il mondo accorsi per raccontare il disastro che ha colpito la città. Eppure, questo non è bastato perché i cittadini italiani ed esteri avessero un’informazione corretta su quello che stava accadendo.


Essere cittadini dopo il terremoto

In quei mesi stare all’Aquila voleva dire sentirsi una comparsa in uno scenario in cui i protagonisti erano altri. I cittadini aquilani quasi non avevano potere sulle proprie esistenze. Altri erano gli attori che cavalcavano la scena: la Protezione civile, l’Esercito e i media.

La Protezione civile era talmente impegnata a proteggere i terremotati che spesso si dimenticava di aver a che fare con delle persone, certamente scosse, ma capaci di intendere e volere. Dei cittadini con i propri diritti e i propri doveri che avrebbero potuto essere responsabili dei propri destini. Invece si potevano consumare tutti gli aiuti che si volevano, soprattutto nei campi dove c’erano i media ce n’era una grande abbondanza, ma non ci si poteva riunire, parlare era impedito e la politica era un argomento tabù. Quindi niente riunioni, né volantinaggi.

L’esercito doveva essere lì per proteggere le case colpite dal terremoto, ma la sensazione era che fosse lì per tenerci lontano da una città divisa in zone rosse e zone verdi, come lo erano state nel corso degli ultimi anni, per motivi diversi, Genova o Baghdad. L'Aquila fu riempita di check point, erano messi a difesa di tutte le zone rosse e i militari, soprattutto Alpini, impedivano a chiunque il passaggio. L’unico modo che avevamo per accedere alle nostre abitazioni era richiedendo l’accompagnamento ai Vigili del Fuoco. Così tornare a casa per prendere abiti ed effetti personali comportava ore di fila in piedi sotto il sole aspettando il proprio turno, l’impotenza che si provava in quelle situazioni era umiliante.

Il terzo attore che cavalcava il palcoscenico aquilano erano i media: giornalisti italiani ed esteri erano assetati di notizie. Tutti erano in cerca dello scoop, della foto sensazionale, di rubare quell’attimo di disperazione che avrebbe aumentato vendite e ascolti. E magari intenerito abbastanza i cuori per stimolare le raccolte fondi di cui molte testate si fecero promotrici. Un modo di operare non diverso da quello visto in seguito a tante altre catastrofi naturali e denunciato dalla giornalista olandese Linda Polman nel volume “L’industria della solidarietà”.


Buoni e cattivi

Ogni tragedia ha bisogno di eroi e non c’è dubbio che il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è dimostrato molto abile nel saper dettare sin dalle prime ore l’agenda degli eventi. Con un decreto emanato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri lo stesso 6 aprile venne dichiarato lo stato di emergenza e a Guido Bertolaso, direttore del dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei ministri, venne attribuito l’incarico di «Commissario delegato per l’adozione di ogni indispensabile provvedimento su tutto il territorio interessato dal sisma». In questo modo venivano di fatto esautorati dalla gestione della fase immediatamente successiva al terremoto tutti i poteri locali diretti rappresentanti dei cittadini colpiti. Condannate all’impotenza, le amministrazioni locali sono diventate subito simboli dell’immobilismo rispetto al “fare” governativo. Una scelta, quella del governo, certamente di tipo politico, ma anche una scelta che ha avuto un forte impatto di tipo comunicativo e che ha permesso una facile identificazione dei “buoni” e dei “cattivi”.

Ma i “buoni” e i “cattivi” della storia, forse, non sarebbero diventati tali senza il controllo diretto o indiretto di gran parte dei media nazionali da parte del Presidente del Consiglio. Lo scorso 3 maggio l’organizzazione statunitense Freedom House a causa della questione del conflitto di interessi ha posizionato l’Italia al 72esimo posto nella classifica delle nazioni in merito al rispetto della libertà di stampa. La scelta è stata così motivata da Freedom House: «Il ritorno al potere di Berlusconi nell'aprile 2008 gli ha permesso nuovamente di poter controllare fino al 90% delle emittenti televisive nazionali, mediante gli sbocchi alle (televisioni) pubbliche e le sue partecipazioni ai media privati […] [poiché] il primo ministro [è] il principale azionista di Mediaset, del principale editore nazionale Mondadori e della più grande concessionaria di pubblicità Publitalia». E in un Paese dove, secondo il Censis, il 70% delle persone forma la propria opinione attraverso il telegiornale, poter nominare o controllare i direttori dei telegiornali di Rai e Mediaset significa avere un grande vantaggio.


Lo spettacolo della ricostruzione

Molti cittadini aquilani non hanno avuto bisogno di fare un master in giornalismo per comprendere a pieno il significato del termine “disinformazione”. Una disinformazione che, riguardo a L’Aquila, alla fine è passata attraverso una sola parola: “ricostruzione”. Una parola che evoca un ritorno a casa, alla normalità. Una parola che però ha prodotto un grosso equivoco. Perché a un anno dal sisma a L’Aquila nulla è stato ricostruito, ma molto è stato costruito, parlo della edificazione di quelle new town che furono annunciate il 7 aprile 2009 dal Presidente del Consiglio e che rapidamente sono diventate le «case di Berlusconi». Diciannove nuovi quartieri costruiti nell'ambito del piano C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) che adesso il Comune dell’Aquila, che è senza fondi, dovrà gestire fornendo collegamenti e servizi.

In “L’opinione pubblica” Walter Lippmann parla di «ambiente invisibile» riferendosi all’ambiente esterno che non ci è accessibile direttamente, la cui conoscenza è veicolata dalle immagini che riusciamo ad avere attraverso i media. Lippmann scrive: «la democrazia […] non [ha] seriamente affrontato il problema derivante dalla non automatica corrispondenza delle immagini, che gli individui hanno nella loro mente, alla realtà del mondo esterno».

Ancora oggi, nonostante si viva nella società dell’informazione, questo problema resta attuale. La spettacolarizzazione delle notizie prodotta dalla fusione tra informazione e intrattenimento, detta anche “infotainment”, favorendo gli aspetti emozionali e sensazionali limita le possibilità di analisi e di approfondimento e quindi la produzione di immagini coerenti con la realtà. L’”infotainment” è figlio di una industria dell’informazione basata sulle logiche del mercato in cui ascolti e vendite sono spesso l’unico parametro di riferimento. Le ricerche di Christan Salmon, riportate nel volume “Storytelling”, hanno messo in evidenza come in un sistema basato sull’”infotainment” ciò che conta è la verosimiglianza delle storie che vengono riportate, non la loro realtà. Salmon ci spiega che producendo una storia credibile è possibile far passare la propria “costruzione” dei fatti. Una strategia di comunicazione molto adoperata ad esempio dalla rete televisiva Fox News di Rupert Murdoch e che, secondo Salmon, è stata utilizzata anche dall’amministrazione Bush per sostenere la guerra in Iraq.

Riguardo a L’Aquila la storia raccontata dai media al mondo può essere riassunta nella parola “ricostruzione”. Ed è stata una storia in cui il succedersi degli avvenimenti è stato scandito dal Presidente del consiglio, partendo dalle continue visite, passando per i grandi eventi, come è stato il G8, fino ad arrivare al mission accomplished, quel missione compiuta celebrato con l’inaugurazione del villaggio di Onna il 15 settembre 2009. Per molti cittadini aquilani spezzare la “narrazione della ricostruzione” è stato possibile solo attraverso le proteste degli ultimi mesi.


Qualcosa da imparare

Visto il modo di operare dell’industria dell’informazione anche fuori del contesto italiano, la pur centrale questione dell’irrisolto conflitto d’interessi, assume un'altra valenza. Sicuramente il Presidente del consiglio ha avuto gioco facile a controllare l’informazione italiana, ma la diffusione dell’immagine della ricostruzione a L’Aquila a livello internazionale non sarebbe certo stata possibile se l'industria dell'informazione non lavorasse già di per sé in un certo modo. La centralità delle logiche di mercato, la spettacolarizzazione delle notizie, lo storytelling, sono tutti elementi che impediscono una corretta informazione sull’«ambiente invisibile».

Ritorniamo, quindi, a Marcos, al Brasile e all’America Latina. Oggi i popoli latinoamericani si stanno ponendo come obiettivo quello di una riforma dei media che metta al centro i cittadini. Basti pensare al Brasile dove si è svolta la prima Conferenza nazionale sulla comunicazione, al fine elaborare proposte per la rottura dei grandi monopoli e la fine della commistione tra potere politico e proprietà mediatiche, lì lo chiamano coronelismo eletronico. Oppure all’Argentina dove la nuova “Ley de Medios”, voluta dalla presidente Cristina Kirchner, rompe i monopoli e afferma che le frequenze radio-televisive vadano assegnate un terzo ai soggetti pubblici, un terzo ai soggetti commerciali e un terzo ai media partecipativi. Dalle loro esperienze c’è molto da imparare.

Luca Muzi


Estratto dell'intervento al convegno "I Media Testimoni di Storie" svoltosi ad Ancona il 7 maggio 2010 e pubblicato dalla rivista "Confronti" nel numero di Giugno 2010.

lunedì 10 maggio 2010

Le vene aperte dell’informazione


Il percorso di democratizzazione e sviluppo intrapreso da molti Paesi latinoamericani negli ultimi anni passa anche attraverso un cambiamento culturale e un miglioramento della qualità dell’informazione. Sono diversi gli Stati che si sono posti l’obiettivo di rendere il panorama mediatico più pluralista e maggiormente accessibile alle fasce sociali più disagiate. Le modalità sono state certamente differenti, tuttavia dal Venezuela all’Argentina, dalla Bolivia al Brasile è in corso un processo di riforma volto a spezzare quei monopoli nati durante le dittature e che nella transizione democratica hanno sostenuto culturalmente politiche neoliberiste foriere di tante disuguaglianze sociali. Come ha spiegato l’ex vice-presidente dell’emittente satellitare Telesur, Aram Aharonian, in una conferenza organizzata a Roma dalla Fondazione Basso – Sezione Internazionale: «in America Latina il tema dei mezzi di comunicazione sociali, della concentrazione della proprietà dei media, ha una relazione diretta con il futuro delle nostre democrazie».

Un po’ di storia

Il rapporto tra gruppi industriali, stampa e dittature militari in America Latina è sempre stato costante. Il caso più noto è certamente quello del quotidiano El Mercurio che ebbe un ruolo centrale nel creare le condizioni favorevoli al golpe militare di Agusto Pinochet contro il governo di Unità Popolare di Salvador Allende nel 1973. Il sociologo Armand Mattelart in merito ha affermato che il caso del Cile fu «un caso scuola» poiché il colpo di Stato venne messo in atto «da parte della CIA, dalle imprese multinazionali del rame e dell’elettronica e delle agenzie di notizie degli Stati Uniti in simbiosi stretta con i media dell’opposizione e delle forze armate locali».

Contemporaneamente all’affermazione di questo blocco di potere, nelle forze democratiche si veniva affermando la consapevolezza della complessità del problema dell’informazione. Infatti se nei Paesi governati dalle dittature l’informazione era legata alle forze al governo, nel resto del mondo non vi era alcuna conoscenza di quanto stava accadendo in America Latina. I flussi di informazione erano a senso unico nord-sud e il concetto di “libera circolazione delle informazioni” sostenuto dagli Stati Uniti finiva per uniformare l’informazione invece che renderla più pluralista. Erano, infatti, le industrie culturali occidentali ad avere la capacità produttiva necessaria ad imporre i loro prodotti sui mercati internazionali.

Alla libera circolazione delle informazioni venne contrapposta dai movimenti democratici l’idea di “diversità culturale”. Elaborata tra gli altri dal pedagogo brasiliano Paolo Freire, questa vedeva nel binomio unità/diversità la possibilità di affermazione di un sistema internazionale dell’informazione pluralista e democratico. Come spiega Mattelart, in questo binomio c’era il riconoscimento della molteplicità delle culture, ma anche il rifiuto del particolarismo in favore di una «responsabilità mondiale condivisa». In questo era centrale la rivendicazione del “diritto alla comunicazione”, sancito dall’art.19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, sotto i due aspetti dell’accesso e della partecipazione.

Il frutto di questa esperienza di elaborazione culturale e di lotta politica fu il rapporto Voci multiple, un solo mondo elaborato nel 1980 dalla commissione Unesco guidata dal Premio Nobel per la Pace Sean MacBride. Il rapporto, mettendo in evidenza la concentrazione dei media in poche mani e l’ineguaglianza dei flussi di informazioni, chiedeva un «nuovo ordine mondiale della comunicazione e dell’informazione». Il rapporto rimase, però, lettera morta poiché il ritiro dall’Unesco degli Stati Uniti di Ronald Reagan e del Regno Unito di Margaret Tatcher, ne impedì l’applicazione e nei decenni successivi la progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali a livello internazionale finì con l’aumentare le disparità.

Qualcosa sta cambiando

Negli ultimi anni, con il risveglio del continente latinoamericano e l’affermarsi in molti Paesi di governi progressisti, il tema della democratizzazione dei media è entrato a far parte dell’agenda politica. Le priorità sono state da subito individuate nella rottura dei vecchi monopoli e nella restituzione della parola ai milioni di senza voce che per anni erano stati tenuti ai margini della vita politica e dell’informazione.

Una prima tappa è stata data dalla creazione nel 2005 dell’emittente satellitare pubblica Telesur da parte di Venezuela, Argentina, Cuba, Uruguay e Bolivia con lo scopo di sopperire alla storica carenza d’informazione nei Paesi sudamericani sui propri vicini. Dopo di questa, le iniziative per una democratizzazione dei media si sono moltiplicate, come ha messo in evidenza il giornalista brasiliano Beto Almeida in un articolo apparso su Carta Maior: «Il Venezuela ha recuperato lo spazio radioelettrico, prima sequestrato dalle oligarchie vassalle degli interessi statunitensi, trasformandolo in un bene pubblico. La Bolivia ha creato una Rete di Radio Indigene e ha lanciato il giornale pubblico Cambio. L’Equador ha rinnovato la radio e la televisione pubbliche e ha rivisto i criteri per l’assegnazione delle concessioni di emittenza attaccando i privilegi acquisiti dalle oligarchie tradizionali. L’Argentina ha rotto il monopolio del Gruppo Clarin e ha rafforzato le Tv e radio pubbliche».

La nuova “Ley de Medios” Argentina

Il caso Argentino è un esempio tipico della continuità dello Stato nel passaggio dalla dittatura alla democrazia avvenuto negli anni ’80. Un anno prima della sua caduta la dittatura militare argentina, tristemente nota per le migliaia di oppositori politici desaparecidos tra il il 1976 e il 1983, approvò la “Legge sulla radiodiffusione”, anche nota come “Ley 22.285”. La legge approvata nel 1982 non fu modificata dal primo governo democratico di Raùl Ricardo Alfonsín eletto nell’ottobre dell’83, né successivamente alla riforma della Costituzione del 1994. Solamente nel 2009 si è arrivati all’approvazione della nuova “Legge sui servizi di comunicazione audiovisuale”.

Fortemente voluta dalla presidente Cristina Kirchner la nuova “Ley de Medios” ha come obiettivo di rompere i monopoli esistenti favorendo un amento del pluralismo e la democratizzazione del sistema mediatico argentino. La normativa ora prevede la distinzione tra media pubblici, commerciali e partecipativi (cooperative, Ong, università, media comunitari). In questo contesto nessuno dei tre gruppi potrà avere più di un terzo dello spazio totale. Per quanto riguarda la concessione di licenze televisive sul territorio nazionale, ogni operatore ne potrà possedere solo 10 e non più ventiquattro. Inoltre non verranno rilasciate autorizzazioni a chi ricopre o ha ricoperto cariche di governo e le aziende concessionarie non potranno avere più del 30 per cento di capitale straniero. La legge pone un freno alla concentrazione dei media e favorisce anche la produzione indipendente di notizie, grazie al fatto che un terzo delle frequenze radio e Tv saranno destinate a organizzazioni senza fini di lucro.

Il caso Brasile

L’ultima tappa di questo percorso latinoamericano è stata la Conferenza nazionale sulla comunicazione che si è svolta recentemente in Brasile. La legge che regola il settore radio-televisivo in Brasile è il Codice Brasiliano sulle Telecomunicazioni (Cbt) che fu approvato nel 1962 durante la presidenza di João Goulart. Questo sostanzialmente non poneva limiti alla creazione di monopoli e oligopoli. Il Cbt e i suoi regolamenti stabilivano il tipo di concessioni e la loro durata (quindici anni per la Tv e dieci per la radio) e l’organo che aveva il compito di rilasciare e rinnovare le licenze: la presidenza della Repubblica su indicazione del Consiglio Nazionale delle Telecomunicazioni, assorbito nel 1967 dal neonato ministero delle Comunicazioni. In questo modo, furono create le condizioni perché l’emittenza radio-televisiva fosse sempre legata all’esecutivo.

La dittatura militare in Brasile, iniziata nel 1964 con il colpo di Stato del generale Humberto de Alencar Castelo Branco, lasciò inalterata la legge piegandola, nell’attribuzione delle licenze, alle proprie esigenze. Anche dopo l’approvazione della Costituzione del 1988, che all’art. 220 stabilisce che «i mezzi di comunicazione sociale non possono direttamente o indirettamente essere oggetto di monopolio o oligopolio», la legge non fu stata modificata.

Come spiega Venício De Lima, autore del volume “Media: crisi politica e potere in Brasile”, «il sistema brasiliano dei media, che è storicamente concentrato, è controllato da poche famiglie, è legato alle elite politiche locali e regionali ed è egemonizzato da un solo gruppo, l’organizzazione Globo».

Attualmente le famiglie con maggiore potere in Brasile sono Abravanel (Gruppo Sbt), Saad (Gruppo Bandeirantes), Civita (Gruppo Abril), Frias (Gruppo Folha) e Marinho (Gruppo Globo). Fondato da Roberto Marinho nel 1962, due anni prima del colpo di Stato, grazie all’apporto del gigante statunitense Time-Life, il gruppo Globo divenne negli anni della dittatura la principale impresa di comunicazione brasiliana, proprietaria di radio, Tv e giornali in tutto il territorio nazionale. Sopravvissuto alla dittatura il gruppo è rimasto il principale strumento di gestione del consenso da parte delle elite brasiliane.

Il predominio di queste famiglie è spesso legato a quello che è stato definito “coronelismo eletronico”, la concentrazione in mano a notabili locali di emittenti radiotelevisive che vengono utilizzate per la gestione del consenso e il mantenimento del potere. Oggi in Brasile il 30 per cento dei senatori e il 15 per cento dei deputati sono detentori di concessioni radiotelevisive. Tra i “colonnelli elettronici” troviamo ad esempio l’ex presidente José Sarney, che durante il suo mandato utilizzò spesso lo strumento del rilascio di concessioni per creare consenso intorno al suo governo arrivando a darne 1028.

La Conferenza nazionale sulla comunicazione

Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva nel 2002 riuscì a vincere le elezioni nonostante i feroci attacchi delle televisioni e dei giornali della Globo, ma negli anni più recenti aveva sempre cercato un punto di equilibrio con questo gruppo, tanto da nominare come ministro delle Comunicazioni un loro uomo: l’ex giornalista Hélio Costa. Tuttavia, all’inizio del 2009 il presidente Lula ha indetto la prima Conferenza nazionale sulla comunicazione. Come ci ha spiegato Murilo Cesar Ramos, coordinatore del Laboratorio sulle politiche sulla comunicazione dell’Università di Brasilia: «il Brasile ha una lunga tradizione di conferenze sui problemi sociali del Paese. La prima, sulla salute, fu nel 1941. Il presidente Lula nei suoi due mandati ha rivitalizzato questo strumento, ma il problema della democratizzazione della comunicazione era sempre stato un tabù, tanto è vero che la questione non era presente del programma di governo. E’ stata, quindi, una sorpresa quando nel Forum Sociale Mondiale di Belém, in gennaio, Lula ha annunciato la Conferenza».

La Conferenza nazionale sui media tenutasi a Brasilia dal 14 al 17 dicembre è stata l’ultimo appuntamento di un percorso di democrazia partecipativa durato diversi mesi e che ha coinvolto nelle 27 tappe locali circa 50mila persone in tutto il Brasile. Le proposte formulate sono state più di 6mila, poi riorganizzate in circa 1600 e raccolte in quindici quaderni dalla Fondazione Getulio Vargas. Lo scopo di questo percorso è stato quello di produrre una piattaforma programmatica da presentare al Parlamento volta ad indirizzare il lavoro di modifica della legislazione in materia di telecomunicazioni. Un cammino che non è stato privo di ostacoli e di limiti, soprattutto perché il gruppo Globo ha cercato in tutti modi di far fallire l’iniziativa a cui il governo Lula ha chiamato a partecipare anche le imprese di comunicazione brasiliane.

Da parte dei movimenti sociali ci sono state non poche critiche contro il governo, soprattutto per la scelta di far partecipare alla conferenza le imprese del Paese con una rappresentanza pari a quella dei movimenti: 40 per cento dei delegati a testa con il restante 20 per cento spettante allo Stato. Inoltre Indymedia Brasile ha messo in evidenza come alcune leggi di riforma del settore, come quella sulla televisione digitale, sono già in discussione in Parlamento ed è poco probabile che si terrà conto dei risultati della Conferenza.

Tuttavia il lavoro della Conferenza non è stato meno combattuto e, alla fine, sono passate 672 proposte. Tra i temi che ora verranno discussi dal Parlamento troviamo la creazione di un Consiglio nazionale sulla comunicazione attraverso il quale garantire un controllo sociale e pubblico nelle scelte che riguardano il settore mediatico, la tassazione delle imprese commerciali per favorire l’iniziativa pubblica e la definizione di una normativa chiara contro la concentrazione dei media e il rilascio di concessioni. Sono stati inoltre approvati il divieto di candidatura per possessori di radio e televisioni e per i loro parenti, la creazione di un Osservatorio nazionale dei media e dei diritti umani volto a monitorare il «rispetto dei diritti del cittadino nei differenti media brasiliani» e la semplificazione della normativa per la creazione di radio e televisioni comunitarie. Le radio comunitarie riunite nella Rede Abraço sono da anni una delle realtà maggiormente impegnata nella comunicazione sociale e nella democratizzazione dei media, purtroppo spesso è stata penalizzata dall’attribuzione di licenze ai “colonnelli elettronici”.

Conclusioni

Non è facile dire quale se e quali delle proposte elaborate dalla Conferenza verranno approvate dal Parlamento, soprattutto perché toccano gli interessi forti, sia dei gruppi editoriali dominanti, sia di molti parlamentari. Il senatore Lobão Filho membro dello stesso partito del ministro Hélio Costa, il Pmdb, e proprietario di una rete televisiva nello stato del Maranhão, dopo la Conferenza ha affermato che «i mutamenti legislativi saranno innocui e che, in ogni caso, non saranno retroattivi». Mentre il giornale O Globo in un editoriale ha scritto che si tratta solo di un «wishful thinking dei movimenti sociali e della sinistra brasiliana che non avrà risvolti concreti».

Di parere opposto sono la deputata Luiza Erundina e Rosane Bertotti, della Central Única dos Trabalhadores. La Erundina, che è da anni una delle principali animatrici della battaglia per la riforma dei media in Brasile, ha infatti messo in evidenza come questa sia «una lotta cominciata molto tempo fa, molto prima della conferenza stessa, e il governo non potrà non tenere conto delle proposte che sono state elaborate in un percorso così partecipato». Rosane Bertotti, della Central Única dos Trabalhadores ha invece dichiarato come solo le lotte dei movimenti potranno far vivere le proposte della Conferenza: «noi non possiamo considerare questa Conferenza come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza, una base per nuove lotte e per una sempre maggiore democratizzazione della comunicazione in questo Paese». Di certo la strada intrapresa dal Brasile non va visto da sola, ma all’interno di un complesso percorso latinoamericano.

Luca Muzi - Brasilia

Mensile Confronti, Aprile 2010.


Democratisation of the Media in Brazil

“In Latin America the subject of means of social communications, and the concentration of media ownership, has a direct relationship with our democracies’ future”, wrote Aram Aharonian several years ago when he was Vice-President of the newly-formed Pan-Latin-American satellite television station TeleSUR (‘The New Television Station of the South).

The crux of the problem lies, firstly, with the key role the media played in espousing Brazil’s dictatorships and the related consensus, and then with the support given to the neoliberal policies of the first democratic government in the ‘80s and ‘90s. The reports published in the daily newspaper El Mercurio supporting Augusto Pinochet’s military coup over Salvador Allende’s governing Unidad Popolar (“People’s Unity”) party in 1973 were famous, with the sociologist Armand Mattelart describing Chile as “a textbook example” as the coup d’état was instigated “in part by the CIA, multinational copper and electronics companies and American news agencies, in close conjunction with opposition media and local armed forces.”

In recent years, with a continent-wide revival in Latin America and the election of progressive governments in most countries, the question of media democratisation has begun to appear in political agendas. The priority is breaking up long-standing monopolies and giving a voice to the millions who have been on the fringes of society and off the information radar for years.

A first step was taken in 2005 with the creation of the public satellite broadcaster TeleSUR by Venezuela, Argentina, Cuba, Uruguay and Bolivia with the aim of making up for an historical lack of information in South American countries about their own neighbours. After this the number of initiatives for democratising the media kept on growing: “Venezuela has regained control of its radio-electric spectrum, which had previously been sequestered by vassal oligarchies from American interests, transforming it into public property. Bolivia created an Indigenous People’s Radio Network and has launched the state-owned newspaper Cambio (Change). Argentina has ended Clarin Group’s media monopoly and strengthened state-owned television and radio networks”, Brazilian journalist Beto Almeida stressed. The latest stage on this journey was the National Conference on the Media, which was recently held in Brazil.

The media situation in Brazil is characterised by the undisputed domination of eleven families, chief among whom are the Marinhos, owners of the Globo group. Founded by Roberto Marinho in 1962, two years before the coup d’état, thanks to contributions from the American giant Time-Life, during the dictatorship period, Globo group became the main Brazilian communications company, with a radio, TV and newspaper presence throughout the country. Having survived the dictatorship, the company remains the main tool for influencing opinions among Brazil’s elite. In 2002 the president Luiz Inácio Lula da Silva managed to win the election despite ferocious attacks from Globo’s television programmes and newspapers, but in recent years he has sought a middle ground with the group, going so far as to nominate for the post of Communications Minster one of their men: the former journalist Hélio Costa.

The National Conference on the Media signalled a considerable change to the status quo. As Murilo Cesar Ramos, coordinator of the Laboratory on the Politics of Communcations at the University of Brasilia, explains: “Brazil has a long tradition of holding conferences about the country’s social problems. The first, on the subject of health, took place in 1941. President Lula’s two mandates have revitalised this tool, but the problem of democracy in communication has always been a taboo topic, so much so that it was not included in the government’s programme. It was, therefore, a surprise when Lula announced the Conference in January at the World Social Forum in Belém.”

The National Conference on the Media is the last stop on the roadmap to participatory democracy, a process that has taken several months to complete and involved a total of fifty thousand people participating in the twenty-seven local stages that took place all over Brazil. Over 6000 proposals were formulated, which were then reorganised into about 1600 key ideas and transcribed in fifteen notebooks by the Getulio Vargas Foundation. The aim was to produce a program platform to present to Parliament in order to address changes in the laws on telecommunications. This path has not been without its obstacles and limitations, especially as the Globo group has tried to make the initiative fail in any way possible. Socialist movements also have launched more than a few criticisms of the government on this subject, above all because of their choice to allow Brazilian media firms to attend the conference with equal representation to the pressure groups: 40% of delegates each, with the remaining 20% coming from the State. Further to this, Indymedia Brazil has shown that some of the laws on sector reform, such as the one on digital television, are already being discussed in Parliament and that it is highly unlikely that these discussions will be influenced by the outcome of the Conference. In spite of these issues, the work of the Conference has not been any less hard-fought and in the end 672 proposals were approved.

The major points of conflict were the question of social control of the media, taxation of commercial firms to support public initiatives and the definition of clear guidelines on media concentration and the issuing of licences. The biggest battle has been lead by community radio networks; an arena that has been one of the most hard-fought in the recent quest for democratisation of the media. “The problem with community radio is that the government will not grant licences, or if they do they go to powerful local oligarchs”, Aloisio Andrade from Radio Juventude, a community radio station belonging to the Rede Abraço network, explains. The subject of these complaints is known as “electronic Coronelismo”, the concentration of broadcasting powers in the hands of powerful local individuals, which are used to control opinions in order to maintain power. Today in Brazil 30% of senators and 15% of deputies (from the upper and lower houses respectively) are holders of broadcasting licences.

It is highly unlikely that these proposals will be adopted by Parliament, especially as they touch on strong personal interests. As soon as the Conference had finished both the newspaper O Globo and the Communications Minister Hélio Costa rushed to minimize its effect, describing it as “wishful thinking on the part of Brazil’s extreme left that will have no concrete implications for government.” Opposing this view are the deputies Luiza Erundina and Rosane Bertotti from the Central Única dos Trabalhadores. Erundina, who has campaigned for media reform in Brazil for many years, asserted: “This struggle began a long time ago, long before the conference itself, and the government cannot ignore the proposals put forward.” Bertotti emphasised the ongoing commitment this represents for pressure groups: “We cannot think of this Conference as an arrival point, but instead we should view it as a point of departure, a foundation laid for future disputes and for an ever-increasing democratisation of communications in this country.”

By Luca Muzi, translation of Sarah Potter.

Source: European Alternatives

giovedì 4 febbraio 2010

Linda Polman: “I mezzi d’informazione hanno ritardato l’arrivo degli aiuti ad Haiti”




Linda Polman, giornalista olandese, autrice del libro L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra, di passaggio a Roma per partecipare a una conferenza organizzata della Fondazione internazionale Lelio e Lisli Basso ha parlato dei ritardi degli aiuti ad Haiti e del ruolo che hanno avuto i mezzi d’informazione nel provocare questa situazione.

Polman, che è anche una columnist di Internazionale, ha detto chiaramente: “In queste prime settimane le organizzazioni umanitarie ad Haiti hanno lavorato in un clima di paura. Avevano paura di andare dall’aeroporto a Port-au-Prince per distribuire i primi aiuti alle popolazioni colpite dal terremoto. Ed erano spaventate perché i mezzi d’informazione internazionali hanno presentato il disastro di Haiti come una lotta violenta e sanguinosa tra gli haitiani per la sopravvivenza. La gente litigava per il cibo, si uccideva con i coltelli per l’acqua: questo è quello che i giornalisti hanno raccontato”.

“Queste storie hanno talmente spaventato le organizzazioni umanitarie che queste non volevano uscire dall’aeroporto senza la scorta dei soldati delle Nazioni Unite. E non c’erano abbastanza soldati in un primo momento, quindi solo pochi aiuti sono stati portati a destinazione nelle prime settimane”, ha detto Polman nell’intervista. (L’intervista è stata realizzata da Luca Muzi per la Fondazione internazionale Lelio e Lisli Basso)

Pubblicato sul sito di Internazionale il 4 febbraio 2010.