mercoledì 1 marzo 2006

Una convenzione importante ma debole. Intervista a Luciana Castellina

La Convenzione sulla tutela delle diversità culturali? «È un passo molto importante per tutelare la cultura dal mercato». Luciana Castellina, fondatrice del manifesto e oggi collaboratrice dell’Arci per il settore cultura, commenta così l’accordo raggiunto in sede Unesco lo scorso ottobre.

Qual è il valore di questo accordo?
«Il fatto che l’Unesco abbia sancito che la diversità culturale è un diritto, è un passo molto importante, una vittoria per tutti i movimenti che da tempo si battevano per tutelare la cultura dalla mercificazione. Purtroppo, però, il testo finale è più debole di quello che ci si aspettava».

In che senso?
«Perchè si limita a enunciare principi che dovrebbero essere vincolanti. Il testo afferma che chi ratifica la convenzione deve tenerne conto anche quando firma altri accordi, però la convenzione non ha valore vincolante. Invece la preminenza sugli altri accordi è dirimente, soprattutto nei confronti dell’Organizzazione mondiale sul commercio».

Questo vuol dire che l’Omc continua ad avere l’ultima parola in materia di cultura?
«Sì, perchè non c’è obbligo di rispettare la convenzione. Non si è riusciti a dire che la cultura non può essere trattata all’interno di un’organizzazione che si occupa di commercio, come invece avviene oggi. Lo scorso dicembre ad Hong Kong, durante la riunione ministeriale dell’Omc, la liberalizzazione del settore culturale era all’ordine del giorno, poi non è stato deciso niente. Però il tema continua a essere al centro dell’attenzione e i pericoli maggiori sono legati alle decisioni che verranno prese all’interno del Consiglio generale dell’Omc a Ginevra ».

Ma gli Stati promotori della Convenzione non ne difendono i principi all’interno dell’Omc?

«Il problema è che c’è una certa confusione sul concetto di cultura. L’Unione europea, che si è battuta per l’approvazione della Convenzione, sostiene che gli Stati debbano poter fare delle politiche culturali in settori come l’audiovisivo e in particolare il cinema. Ma non si rende conto che oggi la diffusione della cultura passa per settori la cui liberalizzazione non viene messa in discussione. Basta pensare alla telefonia, un cellulare oggi è anche un televisore. Oppure alla grande distribuzione. Wal Mart, la grande catena americana, oggi vende l’85% dei cd al mondo. Questo, di fatto, condiziona la possibilità di vedere tutelata la diversità culturale».

Invece qual è l’atteggiamento dei Paesi del Sud del mondo sulla questione della tutela della diversità culturale?
«Ci sono due tipi di problema. Il primo è che i Paesi in via di sviluppo non si rendono conto della portata della questione. Sono molti gli Stati che, come Cile e Corea del sud, stanno procedendo ad accordi bilaterali con gli Stati Uniti per la liberalizzazione del settore culturale».

E il secondo?
«Il Fondo internazionale per la diversità culturale si basa su contributi volontari, il che non ne garantisce il sostenimento. Senza fondi come faranno i Paesi più poveri a fare politiche a favore della diversità culturale?».

La convenzione ha bisogno di essere ratificata da trenta Paesi per entrare in vigore, in Italia si sta facendo qualcosa?
«Pur con tutti i suoi limiti, la Convenzione rappresenta un primo passo importante. Un passo che rischia di vanificarsi perchè l’accordo deve essere ratificato entro l’anno. In Italia l’Arci si sta facendo promotrice di una campagna di sensibilizzazione. Abbiamo mandato una lettera a tutti i parlamentari affinché si impegnassero a ratificare l’accordo, però non c’è stato tempo e le Camere sono state sciolte. Toccherà al prossimo Parlamento».


Intervista di Luca Muzi

Fondazione Anno XII, n°1, gennaio - marzo 2006