venerdì 27 luglio 2007

L'Iraq è anche una voragine finanziaria.
Intervista a Ed Harriman

A quattro anni dall'invasione statunitense l'Iraq versa in pessime condizioni: mancano scuole, ospedali, acqua potabile ed energia elettrica. Dove sono finiti i soldi per la ricostruzione? Ed Harriman ci racconta i risultati delle sue inchieste.
Harriman è un giornalista autore di molti documentari televisivi tra cui I segreti della guerra in Iraq, collabora con quotidiani e riviste internazionali come il Guardian e la London Review of Books. Il 30 marzo, per il XII Corso di perfezionamento sul diritto dei popoli, ha tenuto la conferenza Aspetti della politica americana in Iraq: tra presenza militare e ricostruzione.

Lei ha fatto diverse inchieste sulla politica di ricostruzione dell'Iraq adottata dagli Stati uniti e sull'uso che è stato fatto del Fondo per lo sviluppo dell'Iraq, cos'è successo durante il governo dell'Autorità provvisoria della coalizione guidato da Paul Bremer? E cos'è cambiato col passaggio di consegne agli iracheni?
«Paul Bremer ha speso una cifra impressionante di denaro senza rendere conto a nessuno. Quando il governo è passato nelle mani degli iracheni, loro hanno continuato a spendere senza mai presentare rendiconti. Bremer ha imposto un livello di irresponsabilità che ormai è diventato uno standard in Iraq».

Qual è la situazione del Paese dal punto di vista finanziario?
«Oggi la maggior parte dei proventi ricavati dalla vendita del petrolio scompare nel nulla, come non si sa che fine facciano i soldi stanziati dal governo iracheno, a questo va aggiunto che il denaro statunitense sta finendo».

A quanto ammonta la cifra di denaro che sta sparendo in Iraq?
«È molto difficile da dire, ma ci aggiriamo su diversi miliardi di dollari all'anno».

E chi sta beneficiando di questa situazione?
«Le prime a trarne vantaggio sono le grandi ''corporation'' statunitensi, a loro sono stati affidati i contratti per la ricostruzione della struttura economica irachena. Questi gruppi sono stati pagati miliardi di dollari, soldi che sono finiti tutti nei loro conti negli Stati uniti, mentre in Iraq gli ospedali, le forniture d'acqua e di elettricità sono in una situazione peggiore rispetto a prima della guerra».

Che tipo di relazione si è instaurata tra l'occupazione militare e la ricostruzione del Paese?
«Il loro rapporto è cambiato nel corso di questi quattro anni. All'inizio gli statunitensi credevano che l'esercito non sarebbe rimasto in Iraq più di sei mesi, invece si trova ancora lì. A mano a mano che è aumentata la resistenza da parte degli iracheni, la ripartizione dei fondi degli Usa è andata a favore dell'esercito. In Iraq da una parte c'è l'esercito americano, dall'altra i resistenti e in mezzo c'è una terra di nessuno dove vive la maggior parte degli iracheni. Questa terra di nessuno è l'Iraq che avrebbe dovuto essere ricostruito. Ma la ricostruzione non c'è mai stata».

È vero che l'estrazione del petrolio iracheno è fuori controllo? Si sta verificando anche un'esportazione illegale? Verso quali Paesi?
«È molto difficile dire cosa stia accadendo al petrolio iracheno perché non viene misurata l'estrazione, né lo stoccaggio. Solo di recente, a quattro anni dallo scoppio della guerra, sono stati installati i primi contatori nel porto di Bassora, nel sud dell'Iraq, ma non sono ancora funzionanti. Si stima che in quella zona scompaiano ogni giorno circa mezzo milione di barili, ma molto petrolio sparisce anche in altre parti del Paese. Di solito i barili vengono collocati su dei camion che poi attraversano il confine siriano o quello iraniano, oppure vengono messi su delle barche che li portano nel golfo Persico, lì vengono usati per rifornire le petroliere che vendono il petrolio sul mercato internazionale».

Lei ha detto che anche il denaro stanziato dal governo iracheno per i propri ministeri sparisce. Che fine fa?
«Non si sa che fine faccia il denaro. In parte a causa della corruzione del governo stesso, in parte perché l'Iraq si trova davvero in una brutta situazione. Dopo le elezioni di poco più di un anno fa, molti dei ministeri sono stati affidati a signori della guerra che usano i fondi per finanziare le loro milizie, di conseguenza è stato fatto pochissimo per la ricostruzione del Paese. Il ministero delle Finanze iracheno se n'è accorto e ha stretto i cordoni della borsa, ma ciò ha determinato un maggiore coinvolgimento dei ministri nel traffico illegale di petrolio. Nello stesso tempo la rete fognaria, le scuole, gli ospedali e le strade restano in pessime condizioni».

Si sta facendo qualcosa per porre fine a questa situazione?
«La ricerca dei responsabili procede molto lentamente. Fino alla fine del 2006 esisteva l'International Advisory and Monitoring Board che doveva controllare come venivano spesi i soldi del Fondo per lo sviluppo dell'Iraq. Oggi non c'è più niente, il controllo rimane nelle mani degli iracheni e nelle agenzie di revisione dei conti statunitensi. C'è stata qualche inchiesta e qualcuno è stato anche arrestato, ma si tratta dei pochi che sono stati presi con le mani nel sacco. La verità è che la maggior parte del denaro iracheno è scomparso e le persone che l'hanno preso sono sparite con esso».

Luca Muzi

Da Fondazione, Anno XIII, n.2-3-4, 2007

mercoledì 4 luglio 2007

Dal Vietnam alla Palestina

Vera Pegna è ambasciatrice della Federazione umanista europea presso l'OSCE. Si è a lungo occupata di Medio oriente, soprattutto del conflitto israelo-palestinese e delle strade da intraprendere per una sua soluzione. La Federazione umanista europea fa parte dell'International Humanist and Ethical Union ed è stata fondata a Praga nel luglio 1991, si occupa di laicità dello Stato, delle discriminazioni verso i non credenti e di diritti umani.

Ho iniziato a collaborare con Lelio Basso ai tempi del primo Tribunale Russell sul Vietnam. E' stata un'esperienza affascinante. Fu Bertrand Russell, organizzatore del tribunale, a invitare Basso a farne a parte e fu scelto perché si era già battuto a lungo in difesa dei diritti dell'uomo, spinto da quell'anelito di giustizia che lo ha animato per tutta la vita. Quando poi si trattò di organizzare la seconda sessione di questo tribunale sul Vietnam, Bertrand Russell, che era già molto anziano e aveva problemi di salute, chiese a Basso di sostituirlo nella presidenza. Fu un'esperienza molto forte, le testimonianze che rendevano i vietnamiti sulle violazioni dei diritti umani in quel Paese erano veramente sconvolgenti. Ma fu anche affascinante, perché il Tribunale Russell si impegnò nel ricercare le cause, le logiche, che avevano portato gli Stati Uniti ad aggredire il Vietnam. Questa fu una grande innovazione poiché i tribunali di solito si soffermano su un fatto e lo giudicano, invece in quella sede si cercò di ricostruire la storia della questione vietnamita e Basso fu l'ideatore di questo approccio.
Lelio Basso fu presidente del secondo Tribunale Russell che si occupò dei crimini delle dittature in America Latina, un'esperienza che ha dato il via alla creazione del Tribunale permanente dei popoli, la mia collaborazione con lui proseguì, però, su un altro versante: la questione palestinese.
Basso e io venivamo da esperienze diverse, ma le nostre strade erano convergenti. La sua caratteristica straordinaria era quella di avere davanti agli occhi sempre il mondo intero, tutto lo scacchiere mondiale. Lui sapeva sempre quello che succedeva in America Latina, in Africa, in Asia, ovunque, e quando accadevano dei fatti gravi cercava di capirli. Basso, poi, ha sempre avuto ottimi rapporti col mondo arabo, anche per ragioni professionali, come avvocato. Io, invece, sono nata in Egitto, da una famiglia di origine cultuale ebraica, perché dal punto di vista religioso non siamo ebrei, ma atei, atei militanti direi, e non abbiamo mai fatto parte di nessuna comunità ebraica, però la nostra origine è quella. Essendo vissuta in Egitto per vent'anni, ho visto da vicino la creazione dello Stato di Israele nel 1948, come anche i tentativi fatti dai servizi segreti israeliani di destabilizzare la comunità ebraica, che era inserita perfettamente nella società egiziana, e spingere gli ebrei ad emigrare in Israele.
Il mio coinvolgimento nella questione palestinese, quindi, è dovuto al fatto che l'ho vissuta da punto di vista particolare, quello di una famiglia di origine ebraica, residente nel mondo arabo, che ha subito la nascita d'Israele.
Con Lelio Basso immaginavamo un unico Stato laico per ebrei e palestinesi. Ho ancora a casa la riproduzione di un quadro fatto da un artista palestinese in cui è raffigurato un guerrigliero che alza con le due braccia un fucile e sopra a questo ci sono disegnati una chiesa, una moschea e una sinagoga. Questo era l'ideale della lotta del popolo palestinese. Sin dall'inizio. Infatti, la prima proposta politica ufficiale di Al Fatah, prima ancora che si costituisse l'Organizzazione per la liberazione della Palestina, fu di costruire uno Stato democratico e laico in cui due popoli potessero vivere insieme. Nel 1977 accompagnai Basso ad incontrare Arafat a Damasco. In quella occasione il leader palestinese disse che la soluzione a lungo termine, sarebbe dovuta essere questa. Lelio Basso era d'accordo, la Palestina è un fazzolettino di terra, farne due Stati sarebbe stata un’assurdità. Purtroppo gli israeliani hanno messo in atto una politica di estrema chiusura nei confronti delle rivendicazioni dei palestinesi. Questo ha fatto degenerare la situazione e ha caricato di una tale quantità di odio gli uni verso gli altri che una soluzione di questo tipo non è più ipotizzabile. D'altronde Israele, grazie all'appoggio politico e militare degli Stati Uniti, ha la forza di imporre le sue decisioni. Attualmente, riguardo a una possibile soluzione del conflitto israelo-palestinese, si parla di “due popoli e due Stati”, ma dal tempo di quell’incontro con Arafat gli israeliani hanno fagocitato altre porzioni di territorio palestinese, fino a occupare l'ottanta per cento della Palestina mandataria, quindi, pur volendo, cosa rimane oggi per costituire uno Stato palestinese? In merito a questo, ritornando alla Carta d'Algeri e al diritto all'autodeterminazione dei popoli, vorrei ricordare quello che Ho Ci Minh disse a Lelio Basso sull'intervento statunitense in Vietnam. «Gli americani hanno creduto di poter vincere la guerra mettendo nei loro computer tutti i dati che hanno sul Vietnam, ma quello più importante non l’hanno inserito: l’anelito che spinge i popoli a lottare per la loro libertà».


Vera Pegna
(Testo raccolto da Luca Muzi)

Da Fondazione, Anno XIII, n.1, Gennaio-Marzo 2007

Dare voce a tutti

Roberto Morrione è stato direttore di Rainews24 dal 1999 al 2006. Entrato alla Rai nel 1962, dal '69 lavora prima al telegiornale unico e poi dal '75, dopo la riforma, al Tg1 fino a diventarne vice direttore nel 1990. Nel '92 passa al Tg3, lì promuove una politica editoriale legata a inchieste e approfondimenti. Tra il 1994 e il '95 è vice direttore del Tg2 e poi direttore di Televideo. Nel 1996 diventa direttore di Rai International, restando in carica fino al 1999, quando contribuisce alla creazione del canale satellitare Rainews24. Durante la sua direzione Rainews24 ha prodotto inchieste come: Fallujah la strage nascosta, Uranio impoverito, Guerre stallari in Iraq.

Trent’anni fa è stata approvata la Dichiarazione universale dei diritti dei Popoli. Molte questioni trattate in quel documento sono ancora oggi di grande attualità, come si comporta l'informazione nell'affrontare temi come il diritto all'autodeterminazione, i diritti delle minoranze, o il diritto alla diversità culturale?
«È una situazione molto complessa, ma io non vedo sostanziali cambiamenti in positivo rispetto a trent'anni fa. Secondo me c’è una continuità. Certamente ci sono state delle aperture e sono anche nati nuovi soggetti, ma la grande informazione, quella fatta dai “broadcaster” che dominano il mercato televisivo e dai grandi giornali occidentali, di fatto rimane molta lontana dalla realtà del mondo. Questo mi sembra il primo punto da cui partire».

Perché non è cambiato molto?
«Il fatto è che c’è un collateralismo con molti tipi di potere, ma in particolare con il potere economico e con quello politico. Questa è una responsabilità molto seria che ricade sull’informazione. Da molti anni, infatti, l’informazione ha assunto dei modelli spettacolari e di consumo trascurando le sue vere finalità. In questo senso il mondo dell'informazione è molto attento a non turbare quegli equilibri che le garantiscono risorse e pubblicità. Tali equilibri sono determinati dagli interessi dei grandi gruppi che dominano la globalizzazione. I giornalisti hanno la loro parte di responsabilità in tutto questo, con le loro organizzazioni e con i loro limiti culturali, anche molto profondi».

Guerre e violazioni dei diritti umani sono tornati ad essere centrali nello scenario internazionale. Non crede che la tendenza alla spettacolarizzazione abbia portato l'informazione ad affrontare tutto ciò in modo superficiale?
«Non penso che si tratti solamente di spettacolarizzazione, anche se questa è una delle regole inesorabili che dominano il mercato, in particolare quello audiovisivo. A mio avviso si tratta ancora una volta di non disturbare i grandi poteri del mondo. Molti osservatori concordano nell'affermare che la televisione sia la prosecuzione della politica con dei mezzi diversi. La Tv è uno strumento che viene utilizzato anche con grandi campagne di manipolazione e grandi bugie, le abbiamo viste di recente per il conflitto in Iraq. Bugie mediatiche che poi formano opinione pubblica, danno consenso e rafforzano il potere stesso».

Restando in tema, nel mondo ci sono molte zone di crisi che non ottengono l'attenzione della grande informazione. Perché?
«Il distacco dei media rispetto a queste situazioni è veramente massiccio e complessivamente è un distacco colpevole. Sicuramente c’è un problema culturale più generale, però ci sono anche degli spunti da cui bisognerebbe partire, ad esempio una riforma del servizio pubblico radiotelevisivo. Si dibatte su questo in tutta Europa, non solo in Italia. I servizi pubblici di informazione hanno una grande responsabilità e anche una grande opportunità, attraverso la multimedialità dovrebbero illuminare tutte le zone oscure del pianeta e non essere condizionati da poteri che con l’editoria e l’informazione non hanno niente a che fare. Inoltre sarebbe molto importante stabilire dei circuiti internazionali dell’audiovisivo in cui ci sia scambio d’esperienze e di materiali con quei soggetti, come Al Jazeera, che in questi anni si sono dimostrati capaci di rompere l'egemonia dei grandi gruppi mediatici occidentali».


Oltre alle zone dimenticate, ci sono anche aspetti degli ultimi conflitti che sono stati taciuti, come l'utilizzo da parte degli eserciti statunitense e israeliano di nuove armi in Iraq e in Libano...
«Le recenti inchieste di Rainews24 vanno in quella direzione. Stiamo passando a un nuova generazione di armi a energia, laser e forse anche armi nucleari tattiche con caratteristiche evidentemente diverse da quelle dell’olocausto nucleare. Si stanno aprendo degli scenari molto preoccupanti. La guerra in Libano ha dimostrato come ci siano già delle sperimentazioni avanzate di armi di questa generazione. Si tratta di cominciare ad occuparsene e di lanciare un allarme sul piano mondiale. Bisogna aprire un’indagine che vada dalle Nazioni Unite all’Unione europea, fino ai tribunali internazionali per cercare di controllare questo nuovo campo».

Lei prima ha detto che la multimedialità potrebbe dare maggiori possibilità ai giornalisti di coprire le aree dimenticate. Senza dubbio questo è un grosso elemento di discontinuità rispetto agli anni '70. La multimedialità può davvero modificare il campo dell’informazione?
«E’ evidente che oggi le tecnologie consentono una visione in diretta degli eventi del mondo e quindi, teoricamente, danno maggiori possibilità di informare correttamente. Però i grandi interessi di coloro che gestiscono le televisioni nel mondo, che sono molto pochi perché c’è una concentrazione eccezionale, soprattutto da parte americana, di fatto impediscono questo tipo di approccio. Tuttavia è sempre possibile, con uno sforzo di analisi, mettendo insieme diverse fonti di informazione, fare qualcosa di più. Il pluralismo da questo punto di vista è assolutamente indispensabile. In tutto questo c'è una forte responsabilità degli operatori dei media che avrebbero, con le nuove tecnologie, la possibilità di trovare fonti, di allargare l’orizzonte, di verificare le campagne mediatiche a comando, però in genere non lo fanno».

Ecco, perché non lo fanno?
«Come ha detto giustamente il sociologo francese Alain Accardo, da parte dei giornalisti c’è una specie di coincidenza con i valori del mercato, con i valori dominanti. Ci troviamo in una situazione per cui sono talmente condizionati da non rendersi conto di esserlo. Quindi basta avere alla guida di una testata un qualche direttore, magari anche con un’ottima fama, ma che è molto allineato con i valori dominanti del mercato, per far sì che l’intera organizzazione vada in un senso invece che in un altro. Tuttavia le tecnologie aprono degli spazi assolutamente nuovi. A mio parere oggi è possibile allargare enormemente le fonti dando voce a elementi del mondo che fino a ieri non l’avevano e questo, comunque, può aprire delle contraddizioni e delle dialettiche assolutamente nuove e diverse. Almeno spero».


Intervista di Luca Muzi

Da Fondazione, Anno XIII, n.1, Gennaio-Marzo 2007