Harriman è un giornalista autore di molti documentari televisivi tra cui I segreti della guerra in Iraq, collabora con quotidiani e riviste internazionali come il Guardian e la London Review of Books. Il 30 marzo, per il XII Corso di perfezionamento sul diritto dei popoli, ha tenuto la conferenza Aspetti della politica americana in Iraq: tra presenza militare e ricostruzione.
Qual è la situazione del Paese dal punto di vista finanziario?
«Oggi la maggior parte dei proventi ricavati dalla vendita del petrolio scompare nel nulla, come non si sa che fine facciano i soldi stanziati dal governo iracheno, a questo va aggiunto che il denaro statunitense sta finendo».
A quanto ammonta la cifra di denaro che sta sparendo in Iraq?
«È molto difficile da dire, ma ci aggiriamo su diversi miliardi di dollari all'anno».
E chi sta beneficiando di questa situazione?
«Le prime a trarne vantaggio sono le grandi ''corporation'' statunitensi, a loro sono stati affidati i contratti per la ricostruzione della struttura economica irachena. Questi gruppi sono stati pagati miliardi di dollari, soldi che sono finiti tutti nei loro conti negli Stati uniti, mentre in Iraq gli ospedali, le forniture d'acqua e di elettricità sono in una situazione peggiore rispetto a prima della guerra».
Che tipo di relazione si è instaurata tra l'occupazione militare e la ricostruzione del Paese?
«Il loro rapporto è cambiato nel corso di questi quattro anni. All'inizio gli statunitensi credevano che l'esercito non sarebbe rimasto in Iraq più di sei mesi, invece si trova ancora lì. A mano a mano che è aumentata la resistenza da parte degli iracheni, la ripartizione dei fondi degli Usa è andata a favore dell'esercito. In Iraq da una parte c'è l'esercito americano, dall'altra i resistenti e in mezzo c'è una terra di nessuno dove vive la maggior parte degli iracheni. Questa terra di nessuno è l'Iraq che avrebbe dovuto essere ricostruito. Ma la ricostruzione non c'è mai stata».
È vero che l'estrazione del petrolio iracheno è fuori controllo? Si sta verificando anche un'esportazione illegale? Verso quali Paesi?
«È molto difficile dire cosa stia accadendo al petrolio iracheno perché non viene misurata l'estrazione, né lo stoccaggio. Solo di recente, a quattro anni dallo scoppio della guerra, sono stati installati i primi contatori nel porto di Bassora, nel sud dell'Iraq, ma non sono ancora funzionanti. Si stima che in quella zona scompaiano ogni giorno circa mezzo milione di barili, ma molto petrolio sparisce anche in altre parti del Paese. Di solito i barili vengono collocati su dei camion che poi attraversano il confine siriano o quello iraniano, oppure vengono messi su delle barche che li portano nel golfo Persico, lì vengono usati per rifornire le petroliere che vendono il petrolio sul mercato internazionale».
Lei ha detto che anche il denaro stanziato dal governo iracheno per i propri ministeri sparisce. Che fine fa?
«Non si sa che fine faccia il denaro. In parte a causa della corruzione del governo stesso, in parte perché l'Iraq si trova davvero in una brutta situazione. Dopo le elezioni di poco più di un anno fa, molti dei ministeri sono stati affidati a signori della guerra che usano i fondi per finanziare le loro milizie, di conseguenza è stato fatto pochissimo per la ricostruzione del Paese. Il ministero delle Finanze iracheno se n'è accorto e ha stretto i cordoni della borsa, ma ciò ha determinato un maggiore coinvolgimento dei ministri nel traffico illegale di petrolio. Nello stesso tempo la rete fognaria, le scuole, gli ospedali e le strade restano in pessime condizioni».
Si sta facendo qualcosa per porre fine a questa situazione?
«La ricerca dei responsabili procede molto lentamente. Fino alla fine del 2006 esisteva l'International Advisory and Monitoring Board che doveva controllare come venivano spesi i soldi del Fondo per lo sviluppo dell'Iraq. Oggi non c'è più niente, il controllo rimane nelle mani degli iracheni e nelle agenzie di revisione dei conti statunitensi. C'è stata qualche inchiesta e qualcuno è stato anche arrestato, ma si tratta dei pochi che sono stati presi con le mani nel sacco. La verità è che la maggior parte del denaro iracheno è scomparso e le persone che l'hanno preso sono sparite con esso».
Luca Muzi
Da Fondazione, Anno XIII, n.2-3-4, 2007
Lei ha fatto diverse inchieste sulla politica di ricostruzione dell'Iraq adottata dagli Stati uniti e sull'uso che è stato fatto del Fondo per lo sviluppo dell'Iraq, cos'è successo durante il governo dell'Autorità provvisoria della coalizione guidato da Paul Bremer? E cos'è cambiato col passaggio di consegne agli iracheni?
«Paul Bremer ha speso una cifra impressionante di denaro senza rendere conto a nessuno. Quando il governo è passato nelle mani degli iracheni, loro hanno continuato a spendere senza mai presentare rendiconti. Bremer ha imposto un livello di irresponsabilità che ormai è diventato uno standard in Iraq».Qual è la situazione del Paese dal punto di vista finanziario?
«Oggi la maggior parte dei proventi ricavati dalla vendita del petrolio scompare nel nulla, come non si sa che fine facciano i soldi stanziati dal governo iracheno, a questo va aggiunto che il denaro statunitense sta finendo».
A quanto ammonta la cifra di denaro che sta sparendo in Iraq?
«È molto difficile da dire, ma ci aggiriamo su diversi miliardi di dollari all'anno».
E chi sta beneficiando di questa situazione?
«Le prime a trarne vantaggio sono le grandi ''corporation'' statunitensi, a loro sono stati affidati i contratti per la ricostruzione della struttura economica irachena. Questi gruppi sono stati pagati miliardi di dollari, soldi che sono finiti tutti nei loro conti negli Stati uniti, mentre in Iraq gli ospedali, le forniture d'acqua e di elettricità sono in una situazione peggiore rispetto a prima della guerra».
Che tipo di relazione si è instaurata tra l'occupazione militare e la ricostruzione del Paese?
«Il loro rapporto è cambiato nel corso di questi quattro anni. All'inizio gli statunitensi credevano che l'esercito non sarebbe rimasto in Iraq più di sei mesi, invece si trova ancora lì. A mano a mano che è aumentata la resistenza da parte degli iracheni, la ripartizione dei fondi degli Usa è andata a favore dell'esercito. In Iraq da una parte c'è l'esercito americano, dall'altra i resistenti e in mezzo c'è una terra di nessuno dove vive la maggior parte degli iracheni. Questa terra di nessuno è l'Iraq che avrebbe dovuto essere ricostruito. Ma la ricostruzione non c'è mai stata».
È vero che l'estrazione del petrolio iracheno è fuori controllo? Si sta verificando anche un'esportazione illegale? Verso quali Paesi?
«È molto difficile dire cosa stia accadendo al petrolio iracheno perché non viene misurata l'estrazione, né lo stoccaggio. Solo di recente, a quattro anni dallo scoppio della guerra, sono stati installati i primi contatori nel porto di Bassora, nel sud dell'Iraq, ma non sono ancora funzionanti. Si stima che in quella zona scompaiano ogni giorno circa mezzo milione di barili, ma molto petrolio sparisce anche in altre parti del Paese. Di solito i barili vengono collocati su dei camion che poi attraversano il confine siriano o quello iraniano, oppure vengono messi su delle barche che li portano nel golfo Persico, lì vengono usati per rifornire le petroliere che vendono il petrolio sul mercato internazionale».
Lei ha detto che anche il denaro stanziato dal governo iracheno per i propri ministeri sparisce. Che fine fa?
«Non si sa che fine faccia il denaro. In parte a causa della corruzione del governo stesso, in parte perché l'Iraq si trova davvero in una brutta situazione. Dopo le elezioni di poco più di un anno fa, molti dei ministeri sono stati affidati a signori della guerra che usano i fondi per finanziare le loro milizie, di conseguenza è stato fatto pochissimo per la ricostruzione del Paese. Il ministero delle Finanze iracheno se n'è accorto e ha stretto i cordoni della borsa, ma ciò ha determinato un maggiore coinvolgimento dei ministri nel traffico illegale di petrolio. Nello stesso tempo la rete fognaria, le scuole, gli ospedali e le strade restano in pessime condizioni».
Si sta facendo qualcosa per porre fine a questa situazione?
«La ricerca dei responsabili procede molto lentamente. Fino alla fine del 2006 esisteva l'International Advisory and Monitoring Board che doveva controllare come venivano spesi i soldi del Fondo per lo sviluppo dell'Iraq. Oggi non c'è più niente, il controllo rimane nelle mani degli iracheni e nelle agenzie di revisione dei conti statunitensi. C'è stata qualche inchiesta e qualcuno è stato anche arrestato, ma si tratta dei pochi che sono stati presi con le mani nel sacco. La verità è che la maggior parte del denaro iracheno è scomparso e le persone che l'hanno preso sono sparite con esso».
Luca Muzi
Da Fondazione, Anno XIII, n.2-3-4, 2007
