giovedì 11 settembre 2008

Redistribuzione delle terre e sovranità alimentare

Il Brasile e la lotta alla fame, tra politiche interne e politiche estere. Abbiamo analizzato la situazione attuale e le prospettive future con Milton Rondó Filho, collaboratore del ministero degli Affari esteri del Brasile nell’ambito del Coordinamento Generale per le attività Internazionali per la Lotta alla Fame.

Tra il 7 e il 10 marzo 2006, voi avete promosso, insieme alla Fao, la seconda Conferenza internazionale sulla riforma agraria e lo sviluppo rurale, che si è tenuta a Porto Alegre, in Brasile. La prima era stata nel 1979 e in quella sede fu redatta la Carta del Contadino. Che cosa è cambiato da allora e perché avete deciso di promuovere una iniziativa di questo genere?
«E’ importante partire dalla Carta del Contadino, perché quel documento aveva stabilito delle cose molto importanti. La principale è che ci deve essere un limite alle dimensioni della proprietà terriera. Una norma del genere ancora non esiste in Brasile, come in molti altri Paesi. Nella Costituzione brasiliana è scritto esplicitamente che la proprietà privata deve svolgere una funzione sociale, che deve essere rispettosa della giustizia sociale, dell’ambiente e delle leggi sul lavoro. Ancora oggi in Brasile facciamo fatica a tradure questi principi in atti concreti e tutto ciò rappresenta un limite alla realizzazione della funzione sociale della terra».

Quindi, la vostra iniziativa ha avuto lo scopo di rimettere all’ordine del giorno la redistribuzione delle terre e la lotta ai grandi latifondi terrieri.
«Esatto, in Brasile c’è una forte concentrazione della terra, ma non è il solo, sono molti i Paesi che versano nelle stesse condizioni, in particolare quelli latinoamericani, africani e asiatici. Bisogna dire che anche nei Paesi del nord negli ultimi anni c’è stata una progressiva concentrazione terriera. Questo processo è avvenuto ovunque e parallelamente a una concentrazione del reddito. Nella conferenza del 2006 c’era da discutere tutto questo e stabilire un osservatorio su questi fenomeni, purtroppo non siamo riusciti nel nostro intento a causa dell’opposizione dei Paesi del nord.
Un’altra cosa che dovevamo discutere era la possibilità di adottare, da parte dei Paesi, di azioni volontarie con lo scopo di garantire l’accesso alla terra a chi non la possiede. I paesi del nord non hanno voluto discutere neanche di questo».

Per quale motivo si sono opposti?
«Non hanno spiegato le motivazioni, ma ovviamente lo hanno fatto perché non hanno interesse a discutere questo tema in profondità. Anche per difendere un certo tipo di agricoltura utilizzata dalle loro multinazionali: la monocultura».


Che rapporto c'è tra la riforma agraria interna e l'impegno internazionale nello stesso settore?
«Abbiamo capito che non si può affrontare un tema strutturale come questo solo in ambito nazionale. Il tema della riforma agraria ha a che fare con cose molto profonde e di ampia portata come sicurezza alimentare e sovranità alimentare. Uno dei successi della conferenza di Porto Alegre è stato proprio quello di essere riusciti a inserire nella dichiarazione finale il concetto di sovranità alimentare. Diritto all'alimentazione e accesso alla terra sono strettamente legati. Oggi, per la prima volta nei suoi duecento anni d'indipendenza, il Brasile ha una politica estera che tutela l'agricoltura familiare. In precedenza al centro c’era la difesa della monocultura. Questa era una posizione disastrosa, poiché l'alimentazione in Brasile è garantita dall'agricoltura familiare, che copre il quaranta per cento del prodotto agricolo».


Attualmente qual è la situazione economica del Brasile?
«La stato dell’economia è abbastanza chiaro. In questi anni la crescita è stata intorno al 4% e, contemporaneamente, c’è stata una diminuzione della concentrazione della ricchezza. Mentre per le classi agiate la crescita è stata dello 0,4%, la crescita per le classi svantaggiate è stata del 14%. Questo vuol dire che è avvenuta una redistribuzione importante: otto milioni di persone sono uscite dalla soglia di povertà».

Sempre in tema di redistribuzione. Il presidente Lula ha ricevuto critiche dal Movimento dei senza terra (Mst) sulla riforma agraria. C’è stata, secondo lei, una mancanza di coraggio nell’affrontare questa questione?
«Sicuramente si può fare di più, ma le condizioni politiche non sempre lo permettono. Progetti come quello che fissa un limite alla grandezza della proprietà terriera, o come quello che stabilisce che si possano espropriare le terre sulle quali siano trovate a lavorare delle persone in condizioni di schiavitù, sono fermi in Parlamento perché non abbiamo i numeri per farli approvare.
Vorrei sottolineare, però che la riforma agraria non è l’unico modo di affrontare il problema della terra in Brasile».

Perché?
«Ci sono delle questioni collegate che vanno egualmente affrontate, come l’accesso al credito e l’assicurazione agricola. E il Brasile l’ha fatto. Oggi tutti quelli che hanno accesso ai fondi del Pronaf (Programma nazionale di sostegno all’agricoltura familiare), possono ottenere anche l’assicurazione agricola. Grazie a questa in caso di calamità naturale il contadino riceve una somma che gli consente di non andare fallito e di poter restare sulla terra, indipendentemente dal mancato raccolto. Questo progetto ha avuto il plauso anche dall’Mst, perché funziona veramente. In poco tempo siamo riusciti ad ottenere risultati che gli spagnoli, che hanno il programma di assicurazione agricola più vecchio, hanno raggiunto in venticinque anni».


Un altro tema controverso è quello dei biocarburanti, il presidente Lula è stato fortemente criticato per aver siglato un accordo con gli Stati Uniti in materia. Non solo, non è detto che biocarburanti e diritto all’alimentazione vadano di pari passo. Cosa ne pensa?
«Io credo che sovranità alimentare e sovranità energetica vadano di pari passo. La seconda, tra l’altro, è strettamente legata alla reale indipendenza politica di un Paese. Per questo, secondo me, molto dipende dalla gestione che si fa della bioenergia. Sono due le questioni da affrontare: la destinazione delle terre e la difesa dei produttori. Le terre migliori devono essere destinate all'agricoltura e questo il presidente Lula l'ha detto chiaramente al direttore generale della Fao: ‘per nulla al mondo possiamo compromettere la sicurezza alimentare’. Per fare questo è necessario realizzare un monitoraggio delle terre e poi una ripartizione in base alla qualità. Le terre migliori dovranno essere destinate alla produzione di alimenti».

Mentre, per quanto riguarda i produttori?
«Una seconda cosa da tenere in considerazione è la necessità di difendere i produttori, bisogna far sì che questi vengano remunerati adeguatamente. Troppo spesso il potere di decisione del prezzo del prodotto è tutto in mano a chi lo commercializza. I produt tori, invece, devono avere il controllo della vendita, altrimenti finiscono nelle mani delle multinazionali. Per fare ciò è necessario avere un ente pubblico per la commercializzazione.

Il Brasile ha già elaborato un progetto organico in materia?
«Una parte del piano è già in corso e la selezione delle terre dovrà essere finita nel 2008. Poi c’è da affrontare la questione ambientale affinché non ci sia pericolo per l'Amazzonia, di questo si occupano i ministeri dello Sviluppo agrario e dell'Ambiente. La discussione, invece, ancora prosegue su come avverrà la commercializzazione, non sappiamo ancora se a occuparsene sarà la compagnia semipubblica Petrobras, o un'altra azienda dedicata solamente ai biocarburanti».

Lei è sicuro che la foresta amazzonica non corra pericoli?
Ripeto, la questione della destinazione dei terreni è all’ordine del giorno e sembra essere chiaro che non si potrà andare a coltivare la canna nell'Amazzonia, come non potranno essere spostati lì gli allevamenti. Non voglio nascondere, però, che il pericolo ci sia perché, quando la canna da zucchero [da cui si ricava l’etanolo ndr] diventa molto produttiva, gli agricoltori tendono a espandere le coltivazioni e a provocare uno spostamento degli allevamenti. Tutto ciò rappresenta un pericolo per la foresta e dovremo far sì che non accada.

Luca Muzi

Da Fondazione, Anno XIV, n.1-2, 2008

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