lunedì 10 maggio 2010

Le vene aperte dell’informazione


Il percorso di democratizzazione e sviluppo intrapreso da molti Paesi latinoamericani negli ultimi anni passa anche attraverso un cambiamento culturale e un miglioramento della qualità dell’informazione. Sono diversi gli Stati che si sono posti l’obiettivo di rendere il panorama mediatico più pluralista e maggiormente accessibile alle fasce sociali più disagiate. Le modalità sono state certamente differenti, tuttavia dal Venezuela all’Argentina, dalla Bolivia al Brasile è in corso un processo di riforma volto a spezzare quei monopoli nati durante le dittature e che nella transizione democratica hanno sostenuto culturalmente politiche neoliberiste foriere di tante disuguaglianze sociali. Come ha spiegato l’ex vice-presidente dell’emittente satellitare Telesur, Aram Aharonian, in una conferenza organizzata a Roma dalla Fondazione Basso – Sezione Internazionale: «in America Latina il tema dei mezzi di comunicazione sociali, della concentrazione della proprietà dei media, ha una relazione diretta con il futuro delle nostre democrazie».

Un po’ di storia

Il rapporto tra gruppi industriali, stampa e dittature militari in America Latina è sempre stato costante. Il caso più noto è certamente quello del quotidiano El Mercurio che ebbe un ruolo centrale nel creare le condizioni favorevoli al golpe militare di Agusto Pinochet contro il governo di Unità Popolare di Salvador Allende nel 1973. Il sociologo Armand Mattelart in merito ha affermato che il caso del Cile fu «un caso scuola» poiché il colpo di Stato venne messo in atto «da parte della CIA, dalle imprese multinazionali del rame e dell’elettronica e delle agenzie di notizie degli Stati Uniti in simbiosi stretta con i media dell’opposizione e delle forze armate locali».

Contemporaneamente all’affermazione di questo blocco di potere, nelle forze democratiche si veniva affermando la consapevolezza della complessità del problema dell’informazione. Infatti se nei Paesi governati dalle dittature l’informazione era legata alle forze al governo, nel resto del mondo non vi era alcuna conoscenza di quanto stava accadendo in America Latina. I flussi di informazione erano a senso unico nord-sud e il concetto di “libera circolazione delle informazioni” sostenuto dagli Stati Uniti finiva per uniformare l’informazione invece che renderla più pluralista. Erano, infatti, le industrie culturali occidentali ad avere la capacità produttiva necessaria ad imporre i loro prodotti sui mercati internazionali.

Alla libera circolazione delle informazioni venne contrapposta dai movimenti democratici l’idea di “diversità culturale”. Elaborata tra gli altri dal pedagogo brasiliano Paolo Freire, questa vedeva nel binomio unità/diversità la possibilità di affermazione di un sistema internazionale dell’informazione pluralista e democratico. Come spiega Mattelart, in questo binomio c’era il riconoscimento della molteplicità delle culture, ma anche il rifiuto del particolarismo in favore di una «responsabilità mondiale condivisa». In questo era centrale la rivendicazione del “diritto alla comunicazione”, sancito dall’art.19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948, sotto i due aspetti dell’accesso e della partecipazione.

Il frutto di questa esperienza di elaborazione culturale e di lotta politica fu il rapporto Voci multiple, un solo mondo elaborato nel 1980 dalla commissione Unesco guidata dal Premio Nobel per la Pace Sean MacBride. Il rapporto, mettendo in evidenza la concentrazione dei media in poche mani e l’ineguaglianza dei flussi di informazioni, chiedeva un «nuovo ordine mondiale della comunicazione e dell’informazione». Il rapporto rimase, però, lettera morta poiché il ritiro dall’Unesco degli Stati Uniti di Ronald Reagan e del Regno Unito di Margaret Tatcher, ne impedì l’applicazione e nei decenni successivi la progressiva liberalizzazione degli scambi commerciali a livello internazionale finì con l’aumentare le disparità.

Qualcosa sta cambiando

Negli ultimi anni, con il risveglio del continente latinoamericano e l’affermarsi in molti Paesi di governi progressisti, il tema della democratizzazione dei media è entrato a far parte dell’agenda politica. Le priorità sono state da subito individuate nella rottura dei vecchi monopoli e nella restituzione della parola ai milioni di senza voce che per anni erano stati tenuti ai margini della vita politica e dell’informazione.

Una prima tappa è stata data dalla creazione nel 2005 dell’emittente satellitare pubblica Telesur da parte di Venezuela, Argentina, Cuba, Uruguay e Bolivia con lo scopo di sopperire alla storica carenza d’informazione nei Paesi sudamericani sui propri vicini. Dopo di questa, le iniziative per una democratizzazione dei media si sono moltiplicate, come ha messo in evidenza il giornalista brasiliano Beto Almeida in un articolo apparso su Carta Maior: «Il Venezuela ha recuperato lo spazio radioelettrico, prima sequestrato dalle oligarchie vassalle degli interessi statunitensi, trasformandolo in un bene pubblico. La Bolivia ha creato una Rete di Radio Indigene e ha lanciato il giornale pubblico Cambio. L’Equador ha rinnovato la radio e la televisione pubbliche e ha rivisto i criteri per l’assegnazione delle concessioni di emittenza attaccando i privilegi acquisiti dalle oligarchie tradizionali. L’Argentina ha rotto il monopolio del Gruppo Clarin e ha rafforzato le Tv e radio pubbliche».

La nuova “Ley de Medios” Argentina

Il caso Argentino è un esempio tipico della continuità dello Stato nel passaggio dalla dittatura alla democrazia avvenuto negli anni ’80. Un anno prima della sua caduta la dittatura militare argentina, tristemente nota per le migliaia di oppositori politici desaparecidos tra il il 1976 e il 1983, approvò la “Legge sulla radiodiffusione”, anche nota come “Ley 22.285”. La legge approvata nel 1982 non fu modificata dal primo governo democratico di Raùl Ricardo Alfonsín eletto nell’ottobre dell’83, né successivamente alla riforma della Costituzione del 1994. Solamente nel 2009 si è arrivati all’approvazione della nuova “Legge sui servizi di comunicazione audiovisuale”.

Fortemente voluta dalla presidente Cristina Kirchner la nuova “Ley de Medios” ha come obiettivo di rompere i monopoli esistenti favorendo un amento del pluralismo e la democratizzazione del sistema mediatico argentino. La normativa ora prevede la distinzione tra media pubblici, commerciali e partecipativi (cooperative, Ong, università, media comunitari). In questo contesto nessuno dei tre gruppi potrà avere più di un terzo dello spazio totale. Per quanto riguarda la concessione di licenze televisive sul territorio nazionale, ogni operatore ne potrà possedere solo 10 e non più ventiquattro. Inoltre non verranno rilasciate autorizzazioni a chi ricopre o ha ricoperto cariche di governo e le aziende concessionarie non potranno avere più del 30 per cento di capitale straniero. La legge pone un freno alla concentrazione dei media e favorisce anche la produzione indipendente di notizie, grazie al fatto che un terzo delle frequenze radio e Tv saranno destinate a organizzazioni senza fini di lucro.

Il caso Brasile

L’ultima tappa di questo percorso latinoamericano è stata la Conferenza nazionale sulla comunicazione che si è svolta recentemente in Brasile. La legge che regola il settore radio-televisivo in Brasile è il Codice Brasiliano sulle Telecomunicazioni (Cbt) che fu approvato nel 1962 durante la presidenza di João Goulart. Questo sostanzialmente non poneva limiti alla creazione di monopoli e oligopoli. Il Cbt e i suoi regolamenti stabilivano il tipo di concessioni e la loro durata (quindici anni per la Tv e dieci per la radio) e l’organo che aveva il compito di rilasciare e rinnovare le licenze: la presidenza della Repubblica su indicazione del Consiglio Nazionale delle Telecomunicazioni, assorbito nel 1967 dal neonato ministero delle Comunicazioni. In questo modo, furono create le condizioni perché l’emittenza radio-televisiva fosse sempre legata all’esecutivo.

La dittatura militare in Brasile, iniziata nel 1964 con il colpo di Stato del generale Humberto de Alencar Castelo Branco, lasciò inalterata la legge piegandola, nell’attribuzione delle licenze, alle proprie esigenze. Anche dopo l’approvazione della Costituzione del 1988, che all’art. 220 stabilisce che «i mezzi di comunicazione sociale non possono direttamente o indirettamente essere oggetto di monopolio o oligopolio», la legge non fu stata modificata.

Come spiega Venício De Lima, autore del volume “Media: crisi politica e potere in Brasile”, «il sistema brasiliano dei media, che è storicamente concentrato, è controllato da poche famiglie, è legato alle elite politiche locali e regionali ed è egemonizzato da un solo gruppo, l’organizzazione Globo».

Attualmente le famiglie con maggiore potere in Brasile sono Abravanel (Gruppo Sbt), Saad (Gruppo Bandeirantes), Civita (Gruppo Abril), Frias (Gruppo Folha) e Marinho (Gruppo Globo). Fondato da Roberto Marinho nel 1962, due anni prima del colpo di Stato, grazie all’apporto del gigante statunitense Time-Life, il gruppo Globo divenne negli anni della dittatura la principale impresa di comunicazione brasiliana, proprietaria di radio, Tv e giornali in tutto il territorio nazionale. Sopravvissuto alla dittatura il gruppo è rimasto il principale strumento di gestione del consenso da parte delle elite brasiliane.

Il predominio di queste famiglie è spesso legato a quello che è stato definito “coronelismo eletronico”, la concentrazione in mano a notabili locali di emittenti radiotelevisive che vengono utilizzate per la gestione del consenso e il mantenimento del potere. Oggi in Brasile il 30 per cento dei senatori e il 15 per cento dei deputati sono detentori di concessioni radiotelevisive. Tra i “colonnelli elettronici” troviamo ad esempio l’ex presidente José Sarney, che durante il suo mandato utilizzò spesso lo strumento del rilascio di concessioni per creare consenso intorno al suo governo arrivando a darne 1028.

La Conferenza nazionale sulla comunicazione

Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva nel 2002 riuscì a vincere le elezioni nonostante i feroci attacchi delle televisioni e dei giornali della Globo, ma negli anni più recenti aveva sempre cercato un punto di equilibrio con questo gruppo, tanto da nominare come ministro delle Comunicazioni un loro uomo: l’ex giornalista Hélio Costa. Tuttavia, all’inizio del 2009 il presidente Lula ha indetto la prima Conferenza nazionale sulla comunicazione. Come ci ha spiegato Murilo Cesar Ramos, coordinatore del Laboratorio sulle politiche sulla comunicazione dell’Università di Brasilia: «il Brasile ha una lunga tradizione di conferenze sui problemi sociali del Paese. La prima, sulla salute, fu nel 1941. Il presidente Lula nei suoi due mandati ha rivitalizzato questo strumento, ma il problema della democratizzazione della comunicazione era sempre stato un tabù, tanto è vero che la questione non era presente del programma di governo. E’ stata, quindi, una sorpresa quando nel Forum Sociale Mondiale di Belém, in gennaio, Lula ha annunciato la Conferenza».

La Conferenza nazionale sui media tenutasi a Brasilia dal 14 al 17 dicembre è stata l’ultimo appuntamento di un percorso di democrazia partecipativa durato diversi mesi e che ha coinvolto nelle 27 tappe locali circa 50mila persone in tutto il Brasile. Le proposte formulate sono state più di 6mila, poi riorganizzate in circa 1600 e raccolte in quindici quaderni dalla Fondazione Getulio Vargas. Lo scopo di questo percorso è stato quello di produrre una piattaforma programmatica da presentare al Parlamento volta ad indirizzare il lavoro di modifica della legislazione in materia di telecomunicazioni. Un cammino che non è stato privo di ostacoli e di limiti, soprattutto perché il gruppo Globo ha cercato in tutti modi di far fallire l’iniziativa a cui il governo Lula ha chiamato a partecipare anche le imprese di comunicazione brasiliane.

Da parte dei movimenti sociali ci sono state non poche critiche contro il governo, soprattutto per la scelta di far partecipare alla conferenza le imprese del Paese con una rappresentanza pari a quella dei movimenti: 40 per cento dei delegati a testa con il restante 20 per cento spettante allo Stato. Inoltre Indymedia Brasile ha messo in evidenza come alcune leggi di riforma del settore, come quella sulla televisione digitale, sono già in discussione in Parlamento ed è poco probabile che si terrà conto dei risultati della Conferenza.

Tuttavia il lavoro della Conferenza non è stato meno combattuto e, alla fine, sono passate 672 proposte. Tra i temi che ora verranno discussi dal Parlamento troviamo la creazione di un Consiglio nazionale sulla comunicazione attraverso il quale garantire un controllo sociale e pubblico nelle scelte che riguardano il settore mediatico, la tassazione delle imprese commerciali per favorire l’iniziativa pubblica e la definizione di una normativa chiara contro la concentrazione dei media e il rilascio di concessioni. Sono stati inoltre approvati il divieto di candidatura per possessori di radio e televisioni e per i loro parenti, la creazione di un Osservatorio nazionale dei media e dei diritti umani volto a monitorare il «rispetto dei diritti del cittadino nei differenti media brasiliani» e la semplificazione della normativa per la creazione di radio e televisioni comunitarie. Le radio comunitarie riunite nella Rede Abraço sono da anni una delle realtà maggiormente impegnata nella comunicazione sociale e nella democratizzazione dei media, purtroppo spesso è stata penalizzata dall’attribuzione di licenze ai “colonnelli elettronici”.

Conclusioni

Non è facile dire quale se e quali delle proposte elaborate dalla Conferenza verranno approvate dal Parlamento, soprattutto perché toccano gli interessi forti, sia dei gruppi editoriali dominanti, sia di molti parlamentari. Il senatore Lobão Filho membro dello stesso partito del ministro Hélio Costa, il Pmdb, e proprietario di una rete televisiva nello stato del Maranhão, dopo la Conferenza ha affermato che «i mutamenti legislativi saranno innocui e che, in ogni caso, non saranno retroattivi». Mentre il giornale O Globo in un editoriale ha scritto che si tratta solo di un «wishful thinking dei movimenti sociali e della sinistra brasiliana che non avrà risvolti concreti».

Di parere opposto sono la deputata Luiza Erundina e Rosane Bertotti, della Central Única dos Trabalhadores. La Erundina, che è da anni una delle principali animatrici della battaglia per la riforma dei media in Brasile, ha infatti messo in evidenza come questa sia «una lotta cominciata molto tempo fa, molto prima della conferenza stessa, e il governo non potrà non tenere conto delle proposte che sono state elaborate in un percorso così partecipato». Rosane Bertotti, della Central Única dos Trabalhadores ha invece dichiarato come solo le lotte dei movimenti potranno far vivere le proposte della Conferenza: «noi non possiamo considerare questa Conferenza come un punto di arrivo, ma come un punto di partenza, una base per nuove lotte e per una sempre maggiore democratizzazione della comunicazione in questo Paese». Di certo la strada intrapresa dal Brasile non va visto da sola, ma all’interno di un complesso percorso latinoamericano.

Luca Muzi - Brasilia

Mensile Confronti, Aprile 2010.


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