mercoledì 23 giugno 2010

L'Aquila: costruire senza ricostruire


Nel dicembre dello scorso anno mi trovavo a Brasilia per conto della Sezione Internazionale della Fondazione Basso, con lo scopo di seguire i lavori della Prima Conferenza Nazionale sulla Comunicazione. In quei giorni ero ospite di alcuni parenti di Monica, una collega. Una sera, parlando a cena con loro, uscì fuori che sono originario dell’Aquila. Sapevano del terremoto ed uno di loro mi disse: «ma Berlusconi ha già ricostruito tutto!». Non era una battuta, Marcos ne era veramente convinto. Le informazioni che dall’Italia avevano percorso 9mila chilometri ed erano arrivate fino a lui erano di questo tipo: «L’Aquila è stata ricostruita».

Ma come è stato possibile? Nei giorni successivi al terremoto L’Aquila è stata invasa da giornalisti di tutto il mondo accorsi per raccontare il disastro che ha colpito la città. Eppure, questo non è bastato perché i cittadini italiani ed esteri avessero un’informazione corretta su quello che stava accadendo.


Essere cittadini dopo il terremoto

In quei mesi stare all’Aquila voleva dire sentirsi una comparsa in uno scenario in cui i protagonisti erano altri. I cittadini aquilani quasi non avevano potere sulle proprie esistenze. Altri erano gli attori che cavalcavano la scena: la Protezione civile, l’Esercito e i media.

La Protezione civile era talmente impegnata a proteggere i terremotati che spesso si dimenticava di aver a che fare con delle persone, certamente scosse, ma capaci di intendere e volere. Dei cittadini con i propri diritti e i propri doveri che avrebbero potuto essere responsabili dei propri destini. Invece si potevano consumare tutti gli aiuti che si volevano, soprattutto nei campi dove c’erano i media ce n’era una grande abbondanza, ma non ci si poteva riunire, parlare era impedito e la politica era un argomento tabù. Quindi niente riunioni, né volantinaggi.

L’esercito doveva essere lì per proteggere le case colpite dal terremoto, ma la sensazione era che fosse lì per tenerci lontano da una città divisa in zone rosse e zone verdi, come lo erano state nel corso degli ultimi anni, per motivi diversi, Genova o Baghdad. L'Aquila fu riempita di check point, erano messi a difesa di tutte le zone rosse e i militari, soprattutto Alpini, impedivano a chiunque il passaggio. L’unico modo che avevamo per accedere alle nostre abitazioni era richiedendo l’accompagnamento ai Vigili del Fuoco. Così tornare a casa per prendere abiti ed effetti personali comportava ore di fila in piedi sotto il sole aspettando il proprio turno, l’impotenza che si provava in quelle situazioni era umiliante.

Il terzo attore che cavalcava il palcoscenico aquilano erano i media: giornalisti italiani ed esteri erano assetati di notizie. Tutti erano in cerca dello scoop, della foto sensazionale, di rubare quell’attimo di disperazione che avrebbe aumentato vendite e ascolti. E magari intenerito abbastanza i cuori per stimolare le raccolte fondi di cui molte testate si fecero promotrici. Un modo di operare non diverso da quello visto in seguito a tante altre catastrofi naturali e denunciato dalla giornalista olandese Linda Polman nel volume “L’industria della solidarietà”.


Buoni e cattivi

Ogni tragedia ha bisogno di eroi e non c’è dubbio che il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, si è dimostrato molto abile nel saper dettare sin dalle prime ore l’agenda degli eventi. Con un decreto emanato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri lo stesso 6 aprile venne dichiarato lo stato di emergenza e a Guido Bertolaso, direttore del dipartimento della Protezione Civile della Presidenza del Consiglio dei ministri, venne attribuito l’incarico di «Commissario delegato per l’adozione di ogni indispensabile provvedimento su tutto il territorio interessato dal sisma». In questo modo venivano di fatto esautorati dalla gestione della fase immediatamente successiva al terremoto tutti i poteri locali diretti rappresentanti dei cittadini colpiti. Condannate all’impotenza, le amministrazioni locali sono diventate subito simboli dell’immobilismo rispetto al “fare” governativo. Una scelta, quella del governo, certamente di tipo politico, ma anche una scelta che ha avuto un forte impatto di tipo comunicativo e che ha permesso una facile identificazione dei “buoni” e dei “cattivi”.

Ma i “buoni” e i “cattivi” della storia, forse, non sarebbero diventati tali senza il controllo diretto o indiretto di gran parte dei media nazionali da parte del Presidente del Consiglio. Lo scorso 3 maggio l’organizzazione statunitense Freedom House a causa della questione del conflitto di interessi ha posizionato l’Italia al 72esimo posto nella classifica delle nazioni in merito al rispetto della libertà di stampa. La scelta è stata così motivata da Freedom House: «Il ritorno al potere di Berlusconi nell'aprile 2008 gli ha permesso nuovamente di poter controllare fino al 90% delle emittenti televisive nazionali, mediante gli sbocchi alle (televisioni) pubbliche e le sue partecipazioni ai media privati […] [poiché] il primo ministro [è] il principale azionista di Mediaset, del principale editore nazionale Mondadori e della più grande concessionaria di pubblicità Publitalia». E in un Paese dove, secondo il Censis, il 70% delle persone forma la propria opinione attraverso il telegiornale, poter nominare o controllare i direttori dei telegiornali di Rai e Mediaset significa avere un grande vantaggio.


Lo spettacolo della ricostruzione

Molti cittadini aquilani non hanno avuto bisogno di fare un master in giornalismo per comprendere a pieno il significato del termine “disinformazione”. Una disinformazione che, riguardo a L’Aquila, alla fine è passata attraverso una sola parola: “ricostruzione”. Una parola che evoca un ritorno a casa, alla normalità. Una parola che però ha prodotto un grosso equivoco. Perché a un anno dal sisma a L’Aquila nulla è stato ricostruito, ma molto è stato costruito, parlo della edificazione di quelle new town che furono annunciate il 7 aprile 2009 dal Presidente del Consiglio e che rapidamente sono diventate le «case di Berlusconi». Diciannove nuovi quartieri costruiti nell'ambito del piano C.A.S.E. (Complessi Antisismici Sostenibili ed Ecocompatibili) che adesso il Comune dell’Aquila, che è senza fondi, dovrà gestire fornendo collegamenti e servizi.

In “L’opinione pubblica” Walter Lippmann parla di «ambiente invisibile» riferendosi all’ambiente esterno che non ci è accessibile direttamente, la cui conoscenza è veicolata dalle immagini che riusciamo ad avere attraverso i media. Lippmann scrive: «la democrazia […] non [ha] seriamente affrontato il problema derivante dalla non automatica corrispondenza delle immagini, che gli individui hanno nella loro mente, alla realtà del mondo esterno».

Ancora oggi, nonostante si viva nella società dell’informazione, questo problema resta attuale. La spettacolarizzazione delle notizie prodotta dalla fusione tra informazione e intrattenimento, detta anche “infotainment”, favorendo gli aspetti emozionali e sensazionali limita le possibilità di analisi e di approfondimento e quindi la produzione di immagini coerenti con la realtà. L’”infotainment” è figlio di una industria dell’informazione basata sulle logiche del mercato in cui ascolti e vendite sono spesso l’unico parametro di riferimento. Le ricerche di Christan Salmon, riportate nel volume “Storytelling”, hanno messo in evidenza come in un sistema basato sull’”infotainment” ciò che conta è la verosimiglianza delle storie che vengono riportate, non la loro realtà. Salmon ci spiega che producendo una storia credibile è possibile far passare la propria “costruzione” dei fatti. Una strategia di comunicazione molto adoperata ad esempio dalla rete televisiva Fox News di Rupert Murdoch e che, secondo Salmon, è stata utilizzata anche dall’amministrazione Bush per sostenere la guerra in Iraq.

Riguardo a L’Aquila la storia raccontata dai media al mondo può essere riassunta nella parola “ricostruzione”. Ed è stata una storia in cui il succedersi degli avvenimenti è stato scandito dal Presidente del consiglio, partendo dalle continue visite, passando per i grandi eventi, come è stato il G8, fino ad arrivare al mission accomplished, quel missione compiuta celebrato con l’inaugurazione del villaggio di Onna il 15 settembre 2009. Per molti cittadini aquilani spezzare la “narrazione della ricostruzione” è stato possibile solo attraverso le proteste degli ultimi mesi.


Qualcosa da imparare

Visto il modo di operare dell’industria dell’informazione anche fuori del contesto italiano, la pur centrale questione dell’irrisolto conflitto d’interessi, assume un'altra valenza. Sicuramente il Presidente del consiglio ha avuto gioco facile a controllare l’informazione italiana, ma la diffusione dell’immagine della ricostruzione a L’Aquila a livello internazionale non sarebbe certo stata possibile se l'industria dell'informazione non lavorasse già di per sé in un certo modo. La centralità delle logiche di mercato, la spettacolarizzazione delle notizie, lo storytelling, sono tutti elementi che impediscono una corretta informazione sull’«ambiente invisibile».

Ritorniamo, quindi, a Marcos, al Brasile e all’America Latina. Oggi i popoli latinoamericani si stanno ponendo come obiettivo quello di una riforma dei media che metta al centro i cittadini. Basti pensare al Brasile dove si è svolta la prima Conferenza nazionale sulla comunicazione, al fine elaborare proposte per la rottura dei grandi monopoli e la fine della commistione tra potere politico e proprietà mediatiche, lì lo chiamano coronelismo eletronico. Oppure all’Argentina dove la nuova “Ley de Medios”, voluta dalla presidente Cristina Kirchner, rompe i monopoli e afferma che le frequenze radio-televisive vadano assegnate un terzo ai soggetti pubblici, un terzo ai soggetti commerciali e un terzo ai media partecipativi. Dalle loro esperienze c’è molto da imparare.

Luca Muzi


Estratto dell'intervento al convegno "I Media Testimoni di Storie" svoltosi ad Ancona il 7 maggio 2010 e pubblicato dalla rivista "Confronti" nel numero di Giugno 2010.

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